Francesco Macciò, Ritratto di donna al mare con bambino, puntoacapo 2025
Ho una frequentazione poetica e amicale con Francesco Macciò che si dipana ormai negli anni. Molti anni, purtroppo per noi (o per fortuna – non ho ancora capito). Lui è una persona per bene. È stato un bravo insegnante ed è un ottimo poeta, di una gloriosa tradizione, quella ligure, che mi affascina sempre. La sua scrittura sta tutta dentro al canone novecentesco. Di questo canone (per dire, quello di Caproni, Del Giudice, Sereni) Macciò è forse il più brillante epigono. E se pure questo genere di poesia rischia di ripercorrere “strade già ampiamente solcate dai poeti del pieno Novecento”, come dice Fabio Pusterla in prefazione al libro, è pur vero che la voce di Macciò è una voce autonoma, autorevole e matura.
Di più Francesco ha che è musicista e sa i segreti del ritmo, anche nei versi. La sua poesia è semplice e alta, popolare e letteraria, sono versi che citano e mostrano, ma non vogliono strafare. Di certo a me piace leggerla e posso sostenere convintamente che dia piacere alla lettura di chiunque.
In questa raccolta la cosa che più appassiona è la capacità del poeta di sovrapporre i ricordi con l’attuale, rendendo presente il passato come ne fosse contemporaneo: i genitori dell’autore sono lì con lui bambino, mentre lui osserva i suoi figli giocare. Come nella seconda poesia del libro, in questo passaggio finale:
Ma oggi con il tuo bambino
– lo tenevi sicura per mano
al riparo dal sole –
risalivi la sabbia come un’onda
che esce dal mare e non ritorna.
Lungo la riva intanto,
ignari di noi, i miei figli
scavavano fino all’acqua
una buca profonda.
La questione del tempo è totalmente affidata a una modalità quasi cinematografica e narrativa, in una capacità di creare testi che fotograficamente dispongono accanto ogni possibilità. E pure il tema familiare è trattato con grande capacità di scrittura che porta il lettore alla commozione e alla partecipazione alle vicende raccontate.
Ma ci sono anche poesie civili come quella dedicata Ai cittadini di Genova dopo l’alluvione del 4 novembre 2011, in cui l’autore mette in relazione fatti ed eventi accaduti e visti in città, come “le carcasse delle automobili” oppure “i resti di un torrente intombato nel cemento” con il senso della scrittura poetica “nasce sempre intorno al fuoco la poesia”.
E poi ci sono i riferimenti alla poesia greca e latina, l’affetto del cultore delle letterature antiche, e le citazioni bibliche di una profonda conoscenza religiosa che è sempre giocata con rispetto e mai con ossequio.
Siamo dunque di fronte a un libro che merita ogni attenzione sia critica sia di pubblico, perché una buona poesia al giorno è parte di quella medicina del benessere, di quella cura dell’anima che dà sempre ottimi risultati alla costruzione dell’umanità.
E tuttavia il periodo ci impone una riflessione ulteriore che è quella legata al tema natalizio. Macciò incastra in questo libro una Canzoncina di Natale che è deliziosa, profonda, tenera e ribelle e che non posso esimermi da piazzarla integralmente a conclusione di questa recensione.
Verrà Natale di cappone
e cappon magro, tovaglie
scarlatte col pungitopo
doni da scartare, salsicce
e maccheroni in brodo.
Verrà Natale
Natale che non viene…
Natale di pissidi e patene
che in terra si rinnovi
fresca rosa del mattino
la pace rossa e gialla
la pace bianca e nera.
Verrà Natale
Natale che non viene…
Mio Natale bambino
campane a stormo
mia madre bambina
fiamma spenta di candela
al Campo c’è un metro di neve!
Verrà Natale
Natale che non viene…
Buon Natale anche a te
che muori e non germogli
in questa grotta buia,
che scendi dalle stelle
in un’urna di vetro
fatto uomo e statuina di presepe.
Verrà Natale
Natale che non viene…
