Piero Gobetti, la sinistra che ci piace
Piero Gobetti morì, dopo essere stato picchiato dai fascisti 100 anni fa. Il suo lascito è preziosissimo.
Fa parte di alcuni veri e propri maestri, le cui lezioni, indicazioni metodologiche, indipendenza di giudizio hanno contribuito alla preparazione di tutti coloro che non volevano chiudere gli occhi di fronte al fascismo e allo stalinismo. Mi ha aiutato, credo, a costruirmi una mentalità libera e spregiudicata, indifferente nei confronti di pericolose sudditanze ideologiche e dei pregiudizi.
Fa parte di alcuni veri e propri maestri, le cui lezioni, indicazioni metodologiche, indipendenza di giudizio hanno contribuito alla preparazione di tutti coloro che non volevano chiudere gli occhi di fronte al fascismo e allo stalinismo. Mi ha aiutato, credo, a costruirmi una mentalità libera e spregiudicata, indifferente nei confronti di pericolose sudditanze ideologiche e dei pregiudizi.
Durante il periodo di lavoro alla mia tesi di laurea (grazie ai docenti Mario Baratto e Umberto Carpi) cominciai uno studio attento dell’opera di Piero Gobetti che divenne il protagonista del mio primo saggio che congedai poco dopo essermi laureato.
Ho scritto questo incipit “autobiografico” perché, come ha scritto Paolo Di Paolo nel suo ultimo lavoro “gobettiano” (Un mondo nuovo tutti i giorni), “per entrare in questa storia, bisognerebbe essere giovani, o richiamare a sé l’intemperanza della propria giovinezza. La confusione dell’adolescenza. L’essere irruenti, categorici. Netti, imperiosi. Talvolta distratti, ma ancorati come nessuno al presente. Intensi”. Quindi ho cercato di recuperare, nei ricordi, il mio cuore giovane.
Piero Gobetti, dobbiamo dirlo subito, cercò fra i primi “le vie del firmamento”, vale a dire la strada indicata dalla Dike a Parmenide per raggiungere l’essere, poco più che adolescente. La sua vita, infatti,si interrompe in esilio, a Parigi, come conseguenza di un barbaro pestaggio, di un agguato senza onore, preparato da banditi quali erano gli squadristi, il 15 febbraio 1926, quando ancora non aveva compiuto 25 anni.
In uno spazio di tempo assai breve, lui che, su consiglio di un docente, aveva anticipato l’esame di maturità per andare in trincea per combattere contro la tracotanza degli imperi centrali, per la realizzazione di un’Europa dei popoli, a cominciare dal 1918, fu creatore e direttore delle riviste Energie Nove, La Rivoluzione liberale e Il Baretti, oltre a fondare l’omonima casa editrice che stampò, a dimostrazione dell’acutezza di chi ne era il proprietario e garante, la prima raccolta di uno sconosciuto poeta che, negli anni a venire, sarebbe diventato Nobel per la letteratura: Ossi di seppia il nome della silloge, Eugenio Montale quello del poeta. Fu uno dei giovani intellettuali, ricchi di versatilità e attento ai nuovi orizzonti culturali, che scoprì le profondità che, in Europa e nel mondo, si erano create, rompendo con il provincialismo becero della piccola Italia e dando vita a nuovi orizzonti per la musica, per la poesia, per l’arte. I suoi interessi, come si può desumere sia dagli studi economici e giurisprudenziali di alto livello scientifico sia dalle noterelle polemiche,”e da lui spinte in mare aperto” per una sorta di leggera vibrazione, di passione per il caricaturale, coniugavano diversi saperi, dalla filosofia al teatro, all’impegno civile contro la violenza fascista. Ma una delle cose più straordinarie, sempre tenendo in considerazione l’età del nostro, è la rete dei suoi interlocutori, il livello di coloro con i quali collaborava e si confrontava. Era riuscito, nemmeno ventenne, a interagire (ascoltato!) con Gaetano Salvemini, Benedetto Croce, con i giovani di “Ordine nuovo”, prima del 1921, rivista settimanale socialista, successivamente, quotidiano comunista, e quindi, in particolare, con Antonio Gramsci, Palmiro Togliatti, Umberto Terracini. Accanto a questi, dobbiamo aggiungere i nuovi riformisti, fra di loro Giacomo Matteotti, legati al PSU di Turati, Treves, Modigliani, un partito che era nato da una nuova scissione dal Partito socialista un anno dopo il congresso di Livorno. Questo è davvero un dato interessante, un elemento su cui vale la pena di riflettere. Gobetti, di formazione liberale, laico, liberista e libertario, nel tempestoso primo dopo guerra, cercava dunque nei due nuovi gruppi della sinistra primo novecentesca, comunisti e socialdemocratici, gli interlocutori perché non solo cercavano di introdurre nel dibattito innovazioni, letture, studi, informazioni storiche spregiudicate, ma anche perché attribuivano al percorso e alla formazione culturale dei militanti di base una importanza che, di per sé, era davvero rivoluzionaria. I socialdemocratici e i comunisti dell’Ordine Nuovo (“Il Soviet” di Bordiga, lui lo aveva già capito, era un’altra cosa) rappresentavano, nella loro profonda diversità, una macchina politica distante dalla retorica, dalla archeologia messianica e pastorale, resa melliflua dai caratteri oratori enfatici e pittoreschi dei cavalieri dell’ideale “dipinti” dal mito del virginale e puro mondo anarchico e socialista. Questi nuovi soggetti, parlo naturalmente dei socialdemocratici e dei comunisti del gruppo torinese, nati dal socialismo di Otto Bauer e Karl Renner e dall’Ottobre russo, insistevano molto sulla formazione dei quadri e dei futuri dirigenti e preparavano una nuova classe di potere. Come loro, Piero Gobetti sapeva che nessuna mutazione, o rivoluzione, avrebbe mai potuto essere credibile e duratura senza aver trasformato gli ultimi, i diseredati, anzi i privati, i rapinati, in cittadini capaci di dirigere lo Stato. Proprio per questo, per la visione dei lavoratori che, a Torino, andavano e venivano, transitavano, attraversavano, “chioscavani” negli uffici dell’Ordine Nuovo e arricchivano con le loro informazioni il dibattito redazionale della rivista poi quotidiano, Gobetti comincia a studiare con curiosità intellettuale e compiacimento il nuovo movimento operaio fino a scegliere di collaborare con Antonio Gramsci scrivendo per un giornale a lui ideologicamente estraneo.
Possismo dire che la vera novità di questi trucidi e sanguinosi anni del dopoguerra, delle notti della Apocalisse, delle menzogne, della implacabilità, della calunnia e dell’agguato, della diffusa inquietudine del reducismo (la difficile reintegrazione nella normalità esistenziale di soggetti abituati all’ardimento e alla violenza), è proprio questa disordinata ma creativa collaborazione tra le diverse radicalità rivoluzionarie, nell’accoglimento e nel rispetto reciproco. Questa “disinvoltura”, che molto ha a che fare con la fantasia intellettuale, con il gusto, non della politica culturale, ma caso mai della cultura politica, fa di Gobetti il teorico di vaste alleanze, di convergenze che, poi, saranno cancellate dal fascismo vincente e anche rinnegate da un comunismo incrudelito dall’isolamento e dalle sconfitte di molti dei progetti rivoluzionari sorti nel cuore dell’Europa avanzata e, quindi, propenso a diventare intollerante, guardingo e militarizzato, ossessionato “dalle quinte colonne della reazione”.
Piero Gobetti univa entusiasmo, curiosità intellettuale, eclettismo. I suoi scritti spaziano dagli studi sull’economia alla ricerca storica, al teatro, alla letteratura. Uno dei suoi centri di interesse è la letteratura russa con la quale si è cimentato anche in traduzioni folgoranti e precise. Proprio per questo è potuto diventare uno degli artefici del rinnovamento della cultura salveminiana e crociana e il costruttore di una visione del mondo originale, “nuova di zecca” che si è potuta sostanziare in quello che poi è diventato, nella poliedricità delle sue suggestioni teoretiche e filosofiche, il Giellismo da cui nascerà uno dei partiti politici più innovativi del panorama novecentesco: il Partito d’Azione.
Possiamo sicuramente dire, nell’attuale crisi di metodi e contenuti della sinistra democratica e della democrazia occidentale, che il brioso, mercuriale, dinamico Piero Gobetti aveva intuito, in un mondo arcaico e culturalmente conservatore, strade nuove e coraggiose per creare equilibri e metodi fondamentali per tenere lontane le isterie e le contrapposizioni dai toni violenti quanto dai contenuti evanescenti o solo propagandistici. Le opere di Gobetti sono davvero il futuro. Di più. Gli uomini liberi hanno, grazie a lui, un grande futuro, per adesso, dietro le spalle.
