Stefano Modeo, Partire da qui, Interno Poesia 2024
La poesia di Stefano Modeo, confluita con definitiva maturità nella raccolta Partire da qui (Interno Poesia, 2024), si configura come un esercizio di topografia esistenziale in cui il verso, prosciugato da ogni tentazione lirica, si fa strumento di misurazione tra due poli geografici e temporali. In questo sradicamento che non è mai fuga, quanto piuttosto un continuo riposizionamento dello sguardo, Modeo non si limita a documentare il trauma industriale della sua Taranto, ma opera un recupero filologico e sentimentale di una genealogia di padri e maestri. Se nella prima sezione “A sud di nessun dove”, e soprattutto nei riferimenti alla Portineria D, si consuma il riconoscimento di una paternità biologica impastata di ferro e silenzio, è nel dialogo serrato con figure come Pasquale Pinto e Giuseppe Goffredo che la sua parola trova la legittimazione etica per abitare il presente. Da Goffredo, in particolare, Modeo sembra mutuare una postura di resistenza: l’idea della Puglia non come idillio mediterraneo, bensì come terra di scavo, dove la luce serve a illuminare con ferocia le ferite del territorio, e non solo a consolare. Questa eredità si traduce in uno stile che rifiuta l’aggettivazione ornamentale per farsi minerale, una lingua che procede per sottrazione, quasi a voler emulare la stratificazione della polvere che ricopre le strade del quartiere Tamburi.
Questa lingua si impone come un organismo scarno, una struttura di resistenza verbale che agisce per decantazione e raffreddamento; non cerca l’epifania: persegue ostinatamente l’esattezza, muovendosi lungo un crinale dove il verso rasenta la precisione della relazione tecnica o del verbale di sopralluogo. La sua parola si fa allora sostantivo pesante – ferro, gesso, catrame, ossido – riducendo al minimo l’interferenza dell’aggettivo, percepito come un rumore di fondo che distrae dalla verità della materia. È un procedere che riflette una profonda etica dello sguardo, dove la scansione ritmica, spesso piana e vicina alla cadenza della prosa colta, serve a imbrigliare la spinta emotiva entro i confini di una razionalità geometrica. In questa economia del dire, anche lo spazio bianco della pagina assume un valore funzionale, diventando il perimetro necessario affinché ogni singolo vocabolo possa depositarsi come polvere su una superficie, rivendicando la propria presenza fisica. Se il lessico industriale degli esordi permane come un’impronta genetica, in questa raccolta esso si ibrida con una terminologia della quotidianità minima – le aule, i tragitti ferroviari, i gesti domestici – segno di una lingua che ha imparato a nominare l’assenza e la distanza senza ricorrere alla nostalgia.
L’integrazione della tensione sociale in un dettato così prosciugato avviene per via di un paradosso termodinamico: proprio la freddezza della parola permette di contenere, senza disperderla, l’energia d’urto del conflitto. La lingua mima la pressione, e non si limita a descrivere la fatica; il verso si fa contratto, sincopato, quasi a riprodurre il respiro corto di chi abita spazi compressi dal dovere o dalla necessità economica. Questa poetica della precisione diventa un atto politico di altissimo profilo perché restituisce dignità all’oggetto del lavoro sottraendolo alla genericità del discorso sociologico. Nominare correttamente un componente meccanico o un movimento specifico del corpo in produzione significa sottrarre quel gesto all’anonimato della massa. La lingua oggettiva di Modeo agisce come un reagente chimico che, depositandosi sulle strutture della produzione e della riproduzione sociale, ne rivela le incrinature e la violenza intrinseca. In questo senso, Partire da qui non è solo il titolo di una raccolta, ma la dichiarazione di un metodo: la consapevolezza che ogni verso deve affondare le radici nel catrame della memoria per potere aspirare alla chiarezza della testimonianza.
Modeo riafferma una poesia in pubblico, dove l’io si eclissa dietro la precisione del dato, lasciando che sia la realtà stessa, nominata con esattezza, a sprigionare la propria carica di tragica, necessaria, verità.
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Portineria D
Persi tra le cime degli ulivi
gli uomini alle portinerie
a polmoni pieni, per tutto
quello che poteva venire,
dovevano restare muti
dentro un’idea pura,
una vita dietro l’altra.
Pensavano di sentire
dentro la notte il mare
mugghiare nei magazzini
il nero mare limpido
sognato dai ragazzini.
Mio padre in mare si allontana
Mio padre in mare si allontana
e pensa che solo il numero
delle bracciate importi
e non quando dovrà tornare.
Mio padre in mare si allontana
ogni tanto prende fiato e ci guarda.
Forse lontano vorrebbe dirci di lui
ma non si riesce a sentire se parla.
Ogni tanto guarda una bandiera
che sventola, il vento se cambia.
Forse pensa che noi senza di lui
sulla spiaggia saremo più sicuri.
Leggendo Carrieri
Trova il tuo bandolo, batticuore
dille la tua offesa non tacere.
Contro questo silenzio che dura
scaglia la tua ira, fingi di essere
deciso nel farla finita. Infine
volgi lo sguardo altrove, severo.
Non avere paura di restare solo
rimastica parole velenose, cerca
la tua vendetta. O forse fermati,
fermati finché sei in tempo.
Non arrivare alla fine del verso.
Frena la fuga che ti tiene desto
Perdona tutti, tranne te stesso.
Dal vagone
Salgono uomini dagli occhi sfiniti
e leggono e dormono abbracciati
al sedile. Non abbiamo malinconia
ma c’è il tramestio delle rotaie
e lo spazio della pianura nel vetro,
una luce azzurra dalla costa al viso,
un pane senza sapore all’improvviso.
È questa smorfia che fai, una disputa
che mina, che tutto frana nel silenzio
ad avvelenare l’aria nel vagone. Pensi:
non baserà un viaggio per raggiungerli,
spiarli dai vetri infranti pizzicarsi il mento,
un gesto d’affetto – mentre guardi il vento
ingrossare, saperli camminare rasente il mare.
Va bene, adesso il mondo è fermo. Il treno
in corsa liquida le forme in un luogo alieno.
Ma a qualcuno è sfuggito sulle labbra come
le punte degli scogli segnino un confino.
