6 Marzo 2026
Words

A che punto siamo in Iran

Il punto

L’obiettivo iniziale dell’attacco all’Iran di Donald Trump sembrava una guerra rapida, di una settimana, per ottenere un cambio di regime. Non per esportare la democrazia, come si diceva e si voleva una volta, né per salvare i molti manifestanti uccisi in questi mesi, quanto per evitare passi in avanti dell’Iran sulla via dell’arma nucleare, per neutralizzare una potenza ostile e sottrarla all’influenza della Cina. Obiettivi convergenti inizialmente con quelli di Benjamin Netanyahu che ha da sempre nell’Iran islamico il principale nemico.
Le speranze di Trump non sembrano confortate dalla realtà. Come dice efficacemente il generale britannico Richard Shirreff, già vicecomandante supremo delle forze Nato in Europa fra il 2011 e il 2014: «La guerra in Iran sta andando fuori controllo». Le prime bare degli americani morti stanno tornando a casa e bisognerà vedere se basterà l’estetizzazione del conflitto, con gli osceni videogame e le Macarena nei filmati rilanciati dalla Casa Bianca, per nascondere le perdite di vite americane. Le conseguenze economiche cominciano a vedersi. L’opinione pubblica americana è fortemente contraria al conflitto. E anche nella base Maga si contesta l’interventismo bellico trumpiano, lo stesso che ha più volte detto di meritare il Nobel per la pace. In più, la chiusura dello Stretto di Hormuz, da cui passa il 20% del petrolio mondiale, porterà conseguenza anche a lungo termine. Per questo Trump è impaziente di accelerare e chiudere la partita. Come?

La via militare
Cambiare i regimi con i bombardamenti dal cielo è quasi impossibile, dicono gli esperti. Per questo, le opzioni militari sono due: o gli eserciti americani e israeliani fanno irruzione da terra oppure armano la resistenza. L’unica possibile, per ora, è quella curda, che si trova appena fuori dal confine, in Iraq. Secondo il Washington Post, Il presidente degli Stati Uniti avrebbe chiesto ai leader curdi in Iraq e ai gruppi curdi in Iran di sostenere un’insurrezione.

La via diplomatica
Trump vorrebbe applicare il modello Venezuela, ma c’è un problema: in Iran c’è un regime teocratico con fanatici disposti al martirio. Ucciso uno, si fa avanti un altro. Trump cerca comunque di capire se può trovare un uomo più malleabile, disposto a concessioni e accordi. Ieri ha detto che il potenziale successore (non ancora scelto), il figlio del defunto ayatollah Ali Khamenei, Mojtaba, non va bene. Perché è «incompetente», come se la competenza fosse requisito sufficiente per accettare un nuovo leader della Repubblica islamica. Il punto è che Mojtaba è in continuità con il padre, e persino più inflessibile. Trump vorrebbe contare nella decisione: «Aiuteremo l’Iran a fare la scelta giusta. Avrò un grande impatto, altrimenti non ci sarà alcun accordo e tra dieci anni ci sarà una nuova guerra».

 

La variabile Netanyahu

Come scrive la giornalista Viviana Mazza, «negli ultimi giorni la Casa Bianca ha definito tre priorità più strettamente militari: distruggere missili e navi, prevenire la costruzione di un’arma nucleare, impedire il supporto a gruppi armati nella regione. Il capo del Pentagono Pete Hegseth ha detto che questa “non è una guerra per il cambio di regime”». Netanyahu, invece, vuole una campagna di settimane per infliggere il massimo danno e far crollare il regime. Secondo Steven Cook, esperto del Council on Foreign Relations, Israele non vuole una soluzione «tipo Venezuela» in Iran, con un membro «pragmatico» dei Guardiani della rivoluzione. «Netanyahu – scrive Mazza – vuole disegnare un Nuovo Medio Oriente, in cui Israele abbia l’assoluta egemonia militare e i suoi nemici finiscano distrutti o decapitati. È l’eredità che vuole lasciare e anche un modo per sopravvivere politicamente per l’ennesima volta. Ma sarà Trump a decidere quando finisce la guerra».

 

Parla Guido Crosetto

Chiamarla terza guerra mondiale sarebbe scorretto, perché non partecipano – se non indirettamente – le grandi potenze, dalla Cina alla Russia, fino all’Europa. Ma, certo, non è più un conflitto locale. L’attacco americano e israeliano all’Iran ha generato, come una pietra lanciata in un’acqua stagnante, una serie di onde di reazione che hanno innescato più fronti di conflitto. Teheran ha risposto colpendo almeno dieci Paesi, non direttamente responsabili dell’attacco. La guerra ha interessato il Medio Oriente e l’area del Golfo, ma ha finito per uscire da quei confini. Sono stati coinvolti Paesi europei, come Cipro, e paesi della Nato come la Turchia. Si è creato anche un fronte di tensione, inedito in queste proporzioni, tra due grandi componenti dell’Islam, quella degli sciiti (in Iran) e quella dei sunniti (nel Golfo). L’Europa, come purtroppo succede da tempo, non avendo una politica estera comune, si è mossa in ordine sparso. E sta provando a stare fuori dalla guerra. Ma, forse, è già troppo tardi.
E dunque è vero quel che ha detto ieri la premier Giorgia Meloni, dopo un lungo silenzio: «L’Italia non è in guerra e non ci entrerà». Ma i fronti del conflitto sono molti e, da alleati di Trump, siamo bersagli possibili. Soprattutto se ci verrà chiesto l’uso delle basi militari americane  in Italia. E se attaccati – noi o un Paese europeo – dovremo difenderci.

Droni e intercettori

L’arma più potente delle guerre contemporanee, paradossalmente, è quella più piccola e meno costosa: i droni. L’Iran ne sta facendo uso abbondantemente (si chiamano Shahed, che significa testimone) e per questo gli Stati Uniti si sono rivolti a Kiev, che produce gli intercettori, in grado di fermarli. I droni possono portare fino a 50 chili di esplosivo, costano in media 50 mila dollari. Finora, per neutralizzarli, i Paesi del golfo hanno usato i costosissimi missili Patriot (3-4 milioni di dollari ciascuno). Gli ucraini hanno invece messo a punto intercettori meno costosi, in grado di fermare alcuni tipi di droni (ma non i Geran-3 che volano a oltre 550 km/h). Di qui l’idea di uno scambio: l’Ucraina avrebbe i Patriot americani, che servono contro i missili russi, e gli Stati Uniti gli intercettori di Kiev.

Minoranze armate in Iran

Le minoranze etniche in Iran, con formazioni paramilitari sono formate da curdi, baluci e arabi, tutti nemici del regime e dello scià.

  • I curdi sono 8-10 milioni, vivono al confine con l’Iraq e sono la vera spina nel fianco per Teheran. Cinque i loro partiti, appena coalizzati: il veterano Pdki (dal 1945), il Pjak (braccio del Pkk turco), il Pak della Libertà, i comunisti del Komala, e Komalah-Xebat.
  • I baluci sono sunniti e vivono nel Balucistan, una vasta area arida e montuosa, tra Pakistan, Afghanistan e Iran. In Iran si chiama provincia di Sistan-Balucistan. Qui vivono 2,8 milioni di persone, represse dal regime degli ayatollah. Dal 2012 opera Jaish al-Adl, gruppo paramilitare, islamista e salafita-jihadista, che reclama l’indipendenza. A dicembre diverse fazioni hanno creato un fronte comune.
  • Gli arabi Ahwazi sono la minoranza araba (gli iraniani sono persiani) concentrata nel Khuzestan, nel sudovest del Paese, una zona ricca di petrolio. Sono circa 2-3 milioni di persone e nel 1925, lo scià li ingloba con la forza alla Persia. In maggioranza sciiti, subiscono da sempre discriminazioni. Due i principali gruppi paramilitari; gli Asmla (Movimento Arabo per la Liberazione di Ahwaz); la Ahwaz National Resistance, un ombrello di gruppi minori. Teheran li accusa di legami con i sauditi.

La situazione attuale

  • I morti sono almeno 1320 dall’inizio della guerra. Siamo al sesto giorno.
  • Stretto di Hormuz: mille navi sono ferme.
  • I Guardiani della Rivoluzione islamica hanno riferito di aver attaccato con droni la portaereistatunitense Abraham Lincoln nel Golfo dell’Oman.
  • I caccia del Qatar hanno intercettato e abbattuto due bombardieri iraniani che erano arrivati a pochi minuti da al-Udeid, la più grande base militare statunitense in Medio Oriente.
  • I droni iraniani hanno colpito l’aeroporto e le vicinanze di una scuola nel Nakhchivan, enclave che confina con Iran, Turchia e Armenia. Il presidente dell’Azerbaigian, Ilham Aliyev, ha minacciato «misure di ritorsione».
  • I portavoce dell’esercito israeliano hanno avvertito in arabo di lasciare i quartieri a sud di Beirut, quella che viene chiamata la «roccaforte» di Hezbollah.
  • Secondo fonti israeliane, la seconda fase dell’attacco consisterebbe nel colpire siti di missili balistici allestiti in profondità nel sottosuolo.
  • Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi: l’invasione di terra sarebbe «un disastro» per gli americani.
  • Teheran ha ringraziato l’Arabia Saudita per non avere concesso agli Stati Uniti l’uso delle sue basi per attaccare l’Iran.
  • Trump sul premier britannico Keir Starmer (che non partecipa all’offensiva e ha chiesto la de-escalation): «È un perdente che non ha futuro».
  • Bezalel Smotrich, ministro fanatico nel governo di Benjamin Netanyahu, ha minacciato di «ridurre Dahiyah come Khan Younis», la cittadina nella Striscia di Gaza devastata.
  • I pasdaran proclamano di aver lanciato 5.000 missili e 2.000 droni in questi sei giorni: il 60 per cento contro «obiettivi americani» nella regione, il 40 contro Israele.

 

[fonte Il Corriere RCS]