Daniel Sokatch, Per parlare di Israele. La storia di come si è arrivati fin qui. Altrecose 2026, pag. 492, traduzione dall’inglese di Marinella Magrì, illustrazioni di Christopher Noxon.
Dopo la prima pubblicazione del 2021, Daniel Sokatch, che dirige da anni il New Israel Fund – una ONG per la tutela dei diritti e della integrazione all’interno di Israele, che ha raccolto fondi consistenti per gli aiuti umanitari a Gaza – in questa edizione si è concentrato sugli avvenimenti che hanno scosso Israele negli anni successivi al ‘21: “il tentativo della coalizione di governo di smantellare e istituzioni democratiche del paese, in particolare la Corte suprema, e il terribile attacco di Hamas del 7 ottobre e le guerre che sono seguite”. Fondamentale è il percorso che ricostruisce, ma parlare in breve di Israele non è facile: “quando si tratta di Israele le cose non sono mai bianche o nere, ma sempre in varie tonalità di grigio”, afferma. “Vi siete mai trovati a cena con qualcuno che comincia a parlare di Israele, e vorreste fuggire in un’altra stanza? Capisco la vostra sofferenza”.
Con il sostegno di una vastissima bibliografia, un lessico finale relativo al conflitto, con riferimento a esperienze personali e lodevole oggettività, Sokatch, che si definisce un prodotto della società ebraica, ammette che “israeliani e palestinesi hanno entrambi ragione e torto, che sono entrambi vittime di forze che vanno oltre il loro controllo” in un conflitto che pare essere il “più complesso, spinoso e antico del mondo”.
Per arrivare a quello che sta succedendo nell’era del sodalizio Trump -Netanyahu, qui si attraversano tutte le fasi precedenti, non solo dal 14 maggio 1948 quando David Ben- Gurion annunciò la nascita dello Stato di Israele su decisione ONU, ma si cerca chiarezza più lontano, sempre che si possa fare chiarezza. “Per coloro che prendono la Bibbia come verbo indiscusso, la creazione dello Stato di Israele rappresentò un parziale adempimento della promessa di Dio ad Abramo”, quella “terra di Canaan che corrisponde approssimativamente agli odierni Israele, Palestina, Libano e parti di Siria e Giordania”.
A sottolineare la complessità del problema, contro ogni volontà di schieramento, ricorda che studi recenti sono giunti a stabilire che i palestinesi discendono dai cananei e dai filistei: “Se i palestinesi discendono dai cananei dell’epoca biblica, significa che abitavano quella terra prima degli ebrei, i quali, narra la Bibbia, invasero e conquistarono la terra di Canaan”, e non è escluso che “alcuni degli attuali palestinesi potrebbero discendere, almeno in parte, da coloro con cui sono in conflitto”.
Sokatch segue il destino degli ebrei nella diaspora, nella loro integrazione nei paesi ospitanti, ne ricorda le persecuzioni, vede la nascita del sionismo negli ultimi decenni dell’ottocento – inteso come diritto alla autodeterminazione degli ebrei – attraversa l’olocausto, le migrazioni crescenti verso la Palestina, fino allo Yishuv, l’insediamento, dopo una assenza di quasi duemila anni dalla diaspora del 70 dopo Cristo. Cita le parole di David Ben-Gurion che, alla domanda di un allora giovane ufficiale dell’esercito, Rabin, su cosa fare di decine di miglia di arabi, rispose “cacciateli”: quella fu la loro diaspora, la Nakba, la catastrofe, con settecentomila palestinesi espulsi che finirono in campi profughi, indesiderati, nell’attuale Giordania, nella Cisgiordania controllata allora dalla stessa Giordania, nel Sinai, in Egitto, a Gaza allora sotto gli egiziani. Oggi sono in sessanta campi profughi.
Se ne andarono con la chiave di casa in tasca, sperando di tornare: la risoluzione 194 dell’ONU del dicembre 1948 prevedeva il loro diritto al ritorno a Israele, al di qua della Linea Verde che divide i territori. Poiché tale diritto è esteso ai discendenti, il ritorno vedrebbe il numero degli arabi superiore a quello degli ebrei! Impensabile per Israele. Comunque anche Ben-Gurion arrivò a dire “noi siamo arrivati qui e abbiamo rubato il loro paese”. Anche la knesset, il parlamento israeliano, nel 1950 approvò la legge del Ritorno per tutti gli ebrei, e ne sono arrivati dall’Etiopia e dall’est, non senza difficoltà di integrazione.
Sokatch ripercorre tutti i tentativi di pace, le proposte di divisione in due stati, a cominciare addirittura da una lontana Commissione Peel del ’36-’37 proposta dai britannici, che prevedeva anche una zona cuscinetto sotto il loro controllo, o raccomandata dal Comitato speciale per la Palestina, uno dei primi atti dell’ONU del ’45, approvata a maggioranza nel novembre ’47 e mai attuata.
L’assassinio del primo ministro Rabin da parte di un estremista di destra nel 1995 sembrò avere ucciso il processo di pace -famosa rimane la stretta di mano tra lui e Arafat alla presenza di Bill Clinton, senza dimenticare il Nobel per la pace del 1994 ad Arafat, Rabin e l’israeliano Peres, per la loro opera di diplomazia. Si è continuato a tentare e a sperare, tra provocazioni, rivendicazioni, rivolte, l’intifada degli arabi.
Mentre per laburisti l’obiettivo del sionismo era stato raggiunto nel ’48 e hanno puntato su una organizzazione socialista della società, i governi di destra al potere dal 1977 sono composti da sionisti revisionisti, espansionisti. L’aumento continuo e violento degli insediamenti dei coloni in Cisgiordania e a Gerusalemme est riduce sempre di più la possibilità di arrivare alla soluzione di due popoli, due stati.
Sokatch ricorda chi ha favorito e chi ha distrutto i vari processi di pace e ricostruisce tutte le guerre arabo israeliane – con nomi diversi a seconda delle parti in conflitto – a cominciare da quella di Indipendenza per gli ebrei, la Nakba per gli arabi (1947-1948), fino al conflitto Gaza-Israele iniziato dall’ascesa al potere di Hamas nel 2005: lo segue nelle sue varie fasi sanguinose, come quella del 2014 quando, secondo le stime, furono uccisi 3.650 gazawi soprattutto civili, e quasi duecento furono i caduti israeliani, soprattutto soldati. Allo stesso tempo ricorda la situazione politica degli stati arabi confinanti e le mosse di Israele nei loro confronti.
L’analisi capillare del passato così intricato e complesso arriva al ritorno di Trump alla presidenza nel 2025, al suo rinnovato sodalizio con Netanyahu – che è stato primo ministro dal ’96 al ’99, poi dal 2009 al 2021, quando è sconfitto e su di lui pesano tre incriminazioni penali; e di nuovo nel 2022. Con il ritorno di Trump lui prende ancora maggiore sicurezza, dopo avere promosso già una linea politica con leggi “mirate a rafforzare il potere della maggioranza ebraica a scapito della minoranza araba (in Israele); a vincolare e a ridurre le istituzioni democratiche e la magistratura”.
Sono due alleati naturali, scrive Sokatch, perché “condividono un populismo etnonazionalista di destra, una tendenza a far uso di immagini e linguaggi carichi di connotazioni razziali per i propri fini politici, fino a quel momento inaccettabili, e un manifesto disprezzo per le istituzioni e le norme democratiche”.
Trump è sostenuto fortemente da una “comunità cristiano evangelica conservatrice, per la cui visione apocalittica del mondo Israele riveste un ruolo fondamentale”, una lobby che vede in lui un moderno Ciro che permetterà agli ebrei di ritornare nei territori biblici. Sacrosanto è il loro sostegno a Israele: nel 2024 l’ambasciatore USA a Gerusalemme, un cristiano sionista, ha affermato: “Non esiste una Cisgiordania. Ci sono la Giudea e la Samaria. Non esistono insediamenti. Non esiste un’occupazione”.
Criticare Israele e dissentire dalle sue politiche, scrive Sokatch, non significa essere antisemiti. Ma si è antisemiti se si confondono gli ebrei con Israele “presupponendo che tutti gli ebrei del pianeta debbano essere sostenitori delle politiche israeliane di destra e dell’occupazione”.
