Tove Jansson, La città del sole, Iperborea 2026, pag. 304, traduzione dallo svedese di Alessandra Scali
Se il titolo inevitabilmente rimanda a La città del Sole di Tommaso Campanella, edita in volgare fiorentino nel 1602, dove emerge una ricerca utopica di ordine e felicità che risponda a un’idea di cambiamento della società dell’epoca, credo che questa scelta non sia casuale: la vita degli anziani de La città del sole di Tove Jansson, ospiti della pensione Butler Arms a St Petersburg, Florida, è incasellata e organizzata secondo regole precise, sempre uguali, per il loro benessere.
Se i personaggi e le storie sono una creazione letteraria, il contesto in cui sono inseriti corrisponde a realtà esistenti conosciute in un viaggio di Tove Jansson negli Stati Uniti a quasi settant’anni: nelle sun cities, sorte in America a partire dagli anni sessanta in zone soleggiate come Arizona, Florida, Texas, i residenti devono essere pensionati o avere almeno cinquantacinque anni. Offrono tranquillità, sicurezza, attività di tempo libero perfettamente organizzate. Una cura degli anziani sicuramente apprezzabile, ma che può suscitare riflessioni di stupore miste a tristezza: questo deve avere provato la scrittrice davanti a città piene di anziani.
Sulla scena si aggirano e si alternano, come in un teatro, personaggi bloccati nelle loro abitudini e fissazioni, in silenzi che coprono sofferenze trascorse o squarci lontani di vita familiare. Si ripetono frasi già ascoltate mentre si inganna il tempo lavorando a maglia o all’uncinetto nella veranda soleggiata, rispettando rigidamente i posti assegnati e non osando scivolare su quelli rimasti liberi alla morte di qualcuno.
I giovani che conosciamo, in mezzo a questa moltitudine di volti avvizziti, sono Linda, che lavora alla pensione, e il fidanzato Joe, che fa da guida al Bounty, il famoso vascello del film, e si muove su una motocicletta rombante: lui ha conosciuto i bambini di Gesù e vive in fiduciosa attesa che un giorno o l’altro torni il Messia.
C’è chi ha un passato di pianista celebre, ma ha perso il coraggio di suonare; chi ha cresciuto una famiglia numerosa e ora continua a scrivere al figlio lunghe lettere che non spedisce; due sorelle che vivono appartate nel loro silenzio e nel loro mondo, c’è una donnina che sembra un topolino spaventato presa da continui slanci di filantropia; chi tiene la contabilità ed è sempre irrequieta e di corsa; chi continua a ritagliare figure di carta, chi finge di essere sordo quando gli conviene, ha sempre una battuta cattiva contro tutto e tutti, nasconde le cicche in una scatola sotto il letto insieme a brandy e salsicce all’aglio.
Poi ci sono le lunghe file al momento dei pasti, il cibo scadente, la noia di gesti e ritmi sempre uguali, gli scontri, le ostilità, i silenzi punitivi che in qualche modo finiscono, come succede tra i bambini, per un fondamentale bisogno di sentirsi uniti agli altri.
Si continua a viere in una atmosfera di attesa sia di un ospite nuovo che accende la curiosità, sia del ballo di primavera che porta vecchie signore dai larghi cappelli e vecchi signori tirati a lucido a volteggiare a loro rischio sulla pista da ballo. Ma è una esistenza che non ha più progetti, vuota di vita reale, in attesa della fine.
Una gita in pulmino al parco naturale di Silver Springs, in Florida, è un evento straordinario che rompe il cerchio entro cui sono confinati, e porta alcuni degli ospiti del Butler Arms in un contesto misto di artificio e natura, dove un pezzo di sopravvissuta giungla attira, spaventa e fa perdere il controllo di sé.
Non è sempre facile stabilire il confine tra sanità mentale e follia, tuttavia, come dice la direttrice dai suoi novanta anni suonati, “i nostri ospiti vivono qui, e giustamente si aspettano che li proteggiamo […] io ho costruito una casa proprio per quella follia che è senza colpa, e che qui potrà a continuare a vivere in pace finché avrò vita.”
