7 Aprile 2026
Sun

Tove Jansson, La città del sole, Iperborea 2026, pag. 304, traduzione dallo svedese di Alessandra Scali

 

 Se il titolo inevitabilmente rimanda a La città del Sole di Tommaso Campanella, edita in volgare fiorentino nel 1602, dove emerge una ricerca utopica di ordine e felicità che risponda a un’idea di cambiamento della società dell’epoca, credo che questa scelta non sia casuale: la vita degli anziani de La città del sole di Tove Jansson, ospiti della pensione Butler Arms a St Petersburg, Florida, è incasellata e organizzata secondo regole precise, sempre uguali, per il loro benessere.

Se i personaggi e le storie sono una creazione letteraria, il contesto in cui sono inseriti corrisponde a realtà esistenti conosciute in un viaggio di Tove Jansson negli Stati Uniti a quasi settant’anni: nelle sun cities, sorte in America a partire dagli anni sessanta in zone soleggiate come Arizona, Florida, Texas, i residenti devono essere pensionati o avere almeno cinquantacinque anni. Offrono tranquillità, sicurezza, attività di tempo libero perfettamente organizzate. Una cura degli anziani sicuramente apprezzabile, ma che può suscitare riflessioni di stupore miste a tristezza: questo deve avere provato la scrittrice davanti a città piene di anziani.

Sulla scena si aggirano e si alternano, come in un teatro, personaggi bloccati nelle loro abitudini e fissazioni, in silenzi che coprono sofferenze trascorse o squarci lontani di vita familiare. Si ripetono frasi già ascoltate mentre si inganna il tempo lavorando a maglia o all’uncinetto nella veranda soleggiata, rispettando rigidamente i posti assegnati e non osando scivolare su quelli rimasti liberi alla morte di qualcuno.

I giovani che conosciamo, in mezzo a questa moltitudine di volti avvizziti, sono Linda, che lavora alla pensione, e il fidanzato Joe, che fa da guida al Bounty, il famoso vascello del film, e si muove su una motocicletta rombante: lui ha conosciuto i bambini di Gesù e vive in fiduciosa attesa che un giorno o l’altro torni il Messia.

C’è chi ha un passato di pianista celebre, ma ha perso il coraggio di suonare; chi ha cresciuto una famiglia numerosa e ora continua a scrivere al figlio lunghe lettere che non spedisce; due sorelle che vivono appartate nel loro silenzio e nel loro mondo, c’è una donnina che sembra un topolino spaventato presa da continui slanci di filantropia; chi tiene la contabilità ed è sempre irrequieta e di corsa; chi continua a ritagliare figure di carta, chi finge di essere sordo quando gli conviene, ha sempre una battuta cattiva contro tutto e tutti, nasconde le cicche in una scatola sotto il letto insieme a  brandy e salsicce all’aglio.

Poi ci sono le lunghe file al momento dei pasti, il cibo scadente, la noia di gesti e ritmi sempre uguali, gli scontri, le ostilità, i silenzi punitivi che in qualche modo finiscono, come succede tra i bambini, per un fondamentale bisogno di sentirsi uniti agli altri.

Si continua a viere in una atmosfera di attesa sia di un ospite nuovo che accende la curiosità, sia del ballo di primavera che porta vecchie signore dai larghi cappelli e vecchi signori tirati a lucido a volteggiare a loro rischio sulla pista da ballo. Ma è una esistenza che non ha più progetti, vuota di vita reale, in attesa della fine.

Una gita in pulmino al parco naturale di Silver Springs, in Florida, è un evento straordinario che rompe il cerchio entro cui sono confinati, e porta alcuni degli ospiti del Butler Arms in un contesto misto di artificio e natura, dove un pezzo di sopravvissuta giungla attira, spaventa e fa perdere il controllo di sé.

Non è sempre facile stabilire il confine tra sanità mentale e follia, tuttavia, come dice la direttrice dai suoi novanta anni suonati, “i nostri ospiti vivono qui, e giustamente si aspettano che li proteggiamo […] io ho costruito una casa proprio per quella follia che è senza colpa, e che qui potrà a continuare a vivere in pace finché avrò vita.”

Marisa Cecchetti

Marisa Cecchetti vive a Lucca. Insegnante di Lettere, ha collaborato a varie riviste e testate culturali. Tra le sue ultime pubblicazioni i racconti Maschile femminile plurale (Giovane Holden 2012), il romanzo Il fossato (Giovane Holden 2014), la silloge Come di solo andata (Il Foglio 2013). Ha tradotto poesie di Barolong Seboni pubblicate da LietoColle (2010): Nell’aria inquieta del Kalahari.