11 Aprile 2026
Sun

Matteo Bianchi, Christopher, Interlinea srl edizioni 2025, pag.112, prefazione di Giancarlo Pontiggia, nota critica di Tommaso Di Dio.

 

Mi domando se stia diventando un trend quello di pubblicare insieme la poesia e la prosa – del resto non è una novità perché balza subito in mente la Vita Nuova dantesca – e la raccolta di Matteo Bianchi sembra darmi la risposta. Non è la prima volta che avvicina la prosa ai versi, in quanto già in Fortissimo, del 2019, a una parte diaristica iniziale, Diario di un amore, Bianchi affianca Mezzo Piano, poesie che coprono un arco di dieci anni, a cominciare dal 2008.

In Christopher la lirica e la narrazione ruotano intorno a tre figure, quella dell’artista inglese Christopher che si aggira per una Parigi notturna insieme al poeta, quella del poeta e scrittore Roberto Pazzi nella fase finale della sua vita, e quella di Napoleone ormai sconfitto. La parte lirica iniziale, come scrive Giancarlo Pontiggia nella introduzione, si sviluppa in modo da “predisporre le schegge della narrazione secondo un ordine che non è cronologico, ma simbolico. «Del sé», «dell’amore», «dell’inappartenenza», «della memoria» sono tappe di un percorso esistenziale”.

La creatura simbolica di Christopher affianca la lingua inglese all’italiano e vi si legge subito un senso di precarietà e decadimento: “Once perky red, the wall outside the /“Chez Madame Arthur” theatre, now/ houses dead flies and faded photos / behind cracked glass. Falling apart. / Weak legged, stomach-cramped crying./ I’m back in Paris after ten years”, Una volta vivace e rossa, la parete fuori dal teatro “Chez Madame Arthur”, ora ospita mosche morte e foto sbiadite dietro vetri incrinati. Sta cadendo a pezzi. Gambe deboli, pianto con lo stomaco contratto. Sono di nuovo a Parigi dopo dieci anni.

Tema ricorrente quello della precarietà esistenziale, che già in Fortissimo era fissata da “insetti /che il piede calpesta”, perché “siamo polveri di un gioco insensato/che taglia”. Solitudine e spaesamento anche in Christopher, l’artista che si aggira per le strade di Parigi: “Disperava per le strade di Pigalle / con i teatri chiusi e vacui, / dietro gli spioncini in malora /e gli artisti scomparsi.”

C’è bisogno di voci, di presenze che colmino il vuoto esistenziale: “Apriva la finestra della stanza/ per sentire il mondo di fuori, / ma con i suoi stessi fantasmi”. Il mondo sembra diventato una prigione, a dirla con le parole di Petroni, ognuno racchiuso dentro una gabbia: “Residents meetings, summoned by a series of bangs, are conducted at the sash windows, leaning out to the waist” – Le riunioni dei residenti, convocate da una serie di colpi, si tengono alle finestre a ghigliottina, sporgendosi fino alla vita.

Un bisogno d’amore attraversa le pagine, che sia quello di un compagno o di una donna: “I need you here. My friend died”, Ho bisogno di te qui. Il mio amico è morto. O di figure care di familiari scomparsi: “Vedeva il vuoto avanzare / dietro le loro labbra in una parola / negata nell’ombra rassegnata / di un bicchiere lasciato / sul secchiaio in preda alla sete / ma loro non c’erano /– lui nemmeno”.

Fondamentale la ricerca della verità: “The artist’s job is to find the sidewall cracks and squeeze through. The main door’s for everybody else”, Il compito dell’artista è trovare le crepe della parete laterale infilarsi tra loro. La porta principale è per tutti gli altri. Eppure la stessa verità fa paura, come se fosse preferibile rimanere nella incertezza e nel dubbio: «Non dite mai la verità / o rischierete che il primo capitato / trovi una soluzione allettante ai vostri guai”.

Del resto la verità è soggettiva – Pirandello insegna – e anche i libri conservano la propria: “Quasi le copertine si opponessero / le une alle altre, faccia a faccia / per affermare le rispettive verità”. A questo proposito G. Pontiggia scrive: “E non sarà un caso se il termine «verità» entri in gioco all’inizio del primo testo come nel finale del secondo. La questione del vero si interseca con quello della percezione del reale, e dunque con le strategie narrative dell’autore, che fa uso di un’alternanza di prima e di terza persona con l’intento di amplificare la pluralità dei punti di vista”.

L’impossibilità di accedere al vero amplifica anche la finzione teatrale: “We’re schooled and immersed in physical theatre to the point of frustrated madness and the frustration of retarded understanding. The world is never the same again. Every single thing is filtered”, Siamo istruiti e immersi nel teatro fisico fino al punto della follia frustrata e della frustrazione della comprensione ritardata. Il mondo non è mai più lo stesso. Ogni singola cosa è filtrata.

Anche l’immagine del Cristo e la croce non bastano a placare l’inquietudine esistenziale: “In fondo all’androne / il mosaico del Cristo, / una macchia fervida di colore e, / mano a mano che si accingeva, / i tratti del dolore. / Sfinito si sdraiava sotto la croce”. Scrive Pontiggia: “Qui Dio è assente, e forse anche per questo la discesa nei grovigli del cuore e del tempo sprofonda in un epilogo inatteso, in una sorta di naufragio della mente e della memoria stessa”, infatti alla figura di Napoleone si sovrappone quella del padre colpito dell’Alzheimer.

La fragilità che attraversa i personaggi, lo spaesamento, sembrano placarsi in un continuo bisogno di afferrarsi alle cose concrete, agli oggetti di uso quotidiano che acquistano spessore, agli effetti personali, quelli che ci definiscono se ci perdiamo, perché ad essi ci possiamo aggrappare per ridefinirci, nel continuo alternarsi di stati d’animo. Ecco allora le bolle, i tessuti, gli stucchi, le teiere, il tavolo, gli stracci e le pezze, i lampioni, la ragnatela, l’incarto sciupato del carnaio, lo specchio, i gatti, i cocci… C’è una attenzione particolare, quasi una evocazione affettuosa degli oggetti, dei particolari, perché “Un dettaglio respira /soltanto se viene curato”.

Tuttavia nemmeno la realtà concreta, tangibile, riesce a svelare la verità, a salvare dallo spaesamento: “Sotto il paralume sbilanciato / dall’afa di fine giugno / si stupiva del luccichio / di una pesca sul tavolo, / finta più della fruttiera / di finta porcellana”.

 

 

 

 

 

Marisa Cecchetti

Marisa Cecchetti vive a Lucca. Insegnante di Lettere, ha collaborato a varie riviste e testate culturali. Tra le sue ultime pubblicazioni i racconti Maschile femminile plurale (Giovane Holden 2012), il romanzo Il fossato (Giovane Holden 2014), la silloge Come di solo andata (Il Foglio 2013). Ha tradotto poesie di Barolong Seboni pubblicate da LietoColle (2010): Nell’aria inquieta del Kalahari.