14 Febbraio 2026
Sun

Charles Bukowski, tutto il giorno alle corse dei cavalli e tutta la notte alla macchina da scrivere, SUR 2026

Quando ero adolescente lessi molte opere di Bukowski. Soprattutto mi piacevano le sue poesie. Mi piacevano quasi quanto quelle dei siciliani e dello stilnovo (ma certo un po’ meno). Era buffo come quel ragazzino che ero io, che vivevo alla periferia del mondo, potesse trovare qualcosa di affine con un vecchio ubriacone e puttaniere che ciondolava lungo le strade di Los Angeles a bordo di una Volkswagen scassata. E infatti non credo ci fosse nessuna affinità tra me e il vecchio Cinaski/Bukowski. E tuttavia, la lettura di quelle cose mi proiettava in un’altra dimensione. All’epoca io leggevo Bukowski come se non esistesse Bukowski, cioè come se lo scrittore che più di chiunque altro pretendeva di mettere sulla carta l’esperienza concreta, quella vera della sua esistenza fosse in realtà soltanto un personaggio. Ma questa cosa io, allora, non la sapevo. Per me Bukowski era talmente lontano, talmente hollywoodiano che lo leggevo come si guarda un attore al cinema che interpreta qualcun altro.
Poi lo abbandonai perché lo trovavo povero di stile (eppure è uno dei pochi ad averlo uno stile, e pure inconfondibile) e lo trovavo ripetitivo (ma la vita vera, anche se allontanata nella rappresentazione poetica, ripete sempre un po’ se stessa).

Oggi ho tra le mani questa nuova edizione di tutto il giorno alle corse dei cavalli e tutta la notte alla macchina da scrivere, edito da SUR e tradotto e curato da Tiziano Scarpa. E dentro ci ho trovato almeno due perle di quella che io chiamo poesia-poesia (come ho scritto mesi fa sulla rivista Pangea).
La prima: “c’è un posto dentro al cuore che/non verrà mai riempito” è un verso bombissima! Un colpo davvero ben assestato che fa saltare sulla sedia mentre si legge. L’altra perla del libro è questa: “più di tutto conta/come/cammini nel/fuoco” che è più prosaico del precedente, pur andando a capo quasi ogni parola.

Ha ragione Scarpa quando scrive: “la metrica di Bukowski c’è, solo che non sta nel computo delle sillabe o nel ritmo ricorsivo degli accenti; è una metrica semantica: giace nell’essenzialità delle informazioni narrative”.
Forse questo libro (riedito con una decina di liriche in più rispetto alla versione precedente) non va preso sul serio. Intendo dire che se noi leggessimo questo libro non come il mondo reale riportato sulle pagine dall’uomo Bukowski, ma come il mondo inventato dallo scrittore Bukowski che mette in scena se stesso come uomo che scrive e non sa fare altro che scrivere nelle solite modalità conosciute (di notte, bevendo alcol e fumando), potremmo scovare in questo libro una grande capacità costruttiva. Vale a dire che potremmo proprio leggere in trasparenza, come uno scrittore ha inventato così bene il personaggio di se stesso da renderlo eterno. Bukowski è l’esistente eterno della filosofia di Emanuele Severino; risponde esattamente al fingitore pessoano. Cioè potrei dire che “Bukowski è un fingitore, finge così completamente, che arriva a fingere che è dolore, il dolore che davvero sente”.