L’eccezione che cambia il Mondo
«Sovrano è chi decide sullo stato d’eccezione»; la celebre affermazione di Carl Schmitt, oggi, che, seguendo Giorgio Agamben, lo stato d’eccezione si è «generalizzato», diventa il seme di una nuova triangolazione politica. Da una parte, l’insicurezza dell’Unione Europea di fronte alle minacciate barriere commerciali di Trump si innesta nella acclarata mancanza di alcuna certezza dovuta a una guerra piantata proprio nel cuore dell’Europa. E Xi Jinping telefona a Putin per assicurare che Russia e Cina «non possono essere separate». Del resto, il ventilato disegno di una alternativa all’Occidente deve passare, proprio per la Cina, come paese capofila, e per la riproposizione del concetto di sovranità, al centro della globalizzazione. Da questo rinnovato interesse per lo «stato d’eccezione» (che vuol dire: rinnovato interesse per la «sovranità») passano anche le perplessità, le esitazioni e la mancanza di fiducia (espressa, quasi dappertutto, in sede di consultazioni elettorali nel favore verso un consenso algido riversato su partiti e movimenti eterocliti, l’ultimo è per l’Afd in Germania) che attraversano un contesto devastato da venti irregolari.
All’interno di questo scenario, Donald Trump non solo tratteggia una nuova Striscia di Gaza buona per miliardari in vacanza, ma «a passo di gambero» (come ci ha spiegato, nel 2006, Umberto Eco in un libro che recava come sottotitolo, proprio, «Guerre calde e populismo mediatico») per mettere fine alla guerra di Ucraina stringe un accordo intorno a un altro «stato d’eccezione»: le terre rare. Che, appunto, sono così difficili da trovarsi tanto da essere particolarmente richieste; uno «stato d’eccezione» che serve alle nanotecnologie e all’elettronica avanzata. All’interno dell’«eccezionale» (il «raro», appunto) si ha la ricaduta dell’«eccezione» che diventa «normalità» tecnologica di un Pianeta sempre più guidato da «aristocrazie» di specialisti e non più dalla «politica» democratica.
La triangolazione «eccezionale» vede dunque Trump, Putin e Xi Jimping impattare con il concetto di «sovranità». Nel 1956, Don Siegel diresse il film L’invasione degli ultracorpi:esseri che eccedono il corpo (e quindi: la natura, la fisica, la realtà). Gli «ultracorpi», oggi, non caratterizzano solo il cosiddetto post-umano (by-pass, protesi, eccetera) ma anche tutto ciò che di «estraneo» a un determinato ambiente vi si inserisce. Corpi estranei eccedenti. Eccezioni. Eccezionalità. Ma se lo «stato d’eccezione» diventa la «normalità», ecco che la «sovranità» assurge a sinonimo di «decisione». Il triangolo algido di cui si diceva – Trump, Puntin e Xi Jinping – decidendo, volta per volta, in uno «stato d’eccezione» divenuto «organico» prospetterebbe un nuovo contesto geopolitico. Un insieme di «sovranità» a trazione cinese e un inedito sistema «multipolare» transitorio ed effimero bersagliato da guerre, investimenti di aggressive multinazionali, crisi economiche e quant’altro.
Il successo elettorale di molti partiti sovranisti deve a questo stato di cose la sua ragione. Ma non è solo questo. Ci troveremmo, infatti, di fronte a un’imbrogliatissima struttura nella quale il Pianeta verrebbe triangolato (da Stati Uniti, Russia e Cina) per essere poi lasciato libero di restare nella globalizzazione economica, per finire, quindi, nella restaurazione dell’«incertezza» come unica matrice sociale e culturale (oltre che politica) dominante. La stessa «sovranità», alla fine, ne verrebbe intaccata. Si decide, sì, ma non si è (più) sovrani. E venendo meno il potere e la sua caratterizzazione giuridica gli «ultracorpi» (come il corpo di papa Francesco che aspetta la «grazia», estranea all’ambiente umano) prenderebbero in mano, come tanti baccelli arrivati dallo spazio, le sorti della Terra. Nell’epoca dell’intelligenza artificiale, il «corpo e il sangue» – e il neoliberista mercato mondiale – sarebbero sorpassati dal Genio Maligno di Cartesio. Quello che ci faceva vedere le cose in un certo modo, nascondendoci che, invece, stavano in un altro. Privilegiare l’eccezione vuol dire, sempre, perdere di vista la realtà.