3 Aprile 2025
Sun

Paolo Buchignani, La spilla d’oro. Memorie da un secolo sterminato, Arcadia Editore, Roma 2024

Se si considerano le lunghe escursioni negli archivi, la straordinaria presenza, per numero e per preziosità, dei documenti nell’ordito narrativo, e quindi l’attenzione che lo scrittore, storico di professione, accorda alle vicende, al dibattito e allo scontro politico e culturale del periodo che va dal diciannovesimo secolo alla Liberazione e oltre, dovremmo considerare questo romanzo del tutto interno ai caratteri del romanzo storico. Anche perché vengono raccontati con partecipata passione, con capillare precisione gli accadimenti di un’epoca di speranze, di violenze, di eroismo, di deportazioni, di solidarietà, di persecuzioni, di viltà e di coraggio che appartengono a quello che Ruggero Zangrandi ha chiamato il lungo viaggio attraverso il fascismo.
Una narrazione precisa e preziosa costruita con uno sguardo polilogo capace di farci leggere, accanto alla brutalità, alla oscena cecità del fanatismo degli squadristi, anche la cultura politica di quei settori del fascismo sansepolcrista che credevano nella capacità del programma mussoliniano, nato dentro l’ interventismo rivoluzionario, di modernizzare radicalmente l’Italia. In particolare, si parla di quei giovani, come Vittorini, Pratolini, Bilenchi, e non solo, che diventarono, per delusione, prima, comunisti e, poi, antifascisti. Inoltre anche il fatto che, nella dinamica della storia, i personaggi nati dalla fantasia dell’autore entrino in rapporto dialogico, interagiscano con personalità della storia grande, politici, giornalisti, organizzatori di cultura, intellettuali e artisti, finisce per spingere il lettore e il critico a dare per giusta la definizione di romanzo storico.

Ci sono però alcune caratteristiche che costringono a trovare una definizione di genere letterario più corretta, più precisa. Mi riferisco al ritmo dato alla trama dai veloci passaggi dal centro alla periferia, dalle classi sociali legate al processo economico più avanzato, la borghesia e la classe operaia delle grandi città, alla lentezza del mondo contadino, ancora dentro la mezzadria e il latifondo, con la sua rete di fittavoli e mezzadri, di coloni e braccianti. Inoltre i personaggi perdono la teatralità per diventare uomini veri, per storia, per carattere, per formazione. È anche per questo, per rafforzare il tratto spirituale dei protagonisti e del coro dei parlanti popolari, che l’ambientazione finisce per assumere un carattere, assieme, simbolico e struggente e fortemente poetico: le morbide, ondose colline lucchesi pennellate dal vento, le acute montagne Apuane, il mare bianco della Versilia finiscono per raccontare la laboriosità e l’amore per la sua terra del popolo lucchese. Tutto si svolge qui, tra Lucca e i suoi Dintorni, tra la media valle tagliata dal Serchio, vivace e impetuosa strada d’acqua con vocazione fluviale, e la piana dominata dall’alborato cerchio.

Lucca è città ossimorica ideologicamente, ricca di contrasti. La sua società civile, la parte che rifiuta il fascismo, è divisa tra la curiosità intellettuale, il desiderio di cambiamento e il radicato conservatorismo di un clero teologicamente reazionario,  anche se ricco di valori, quali la dignità dell’uomo, la sacralità della vita e del lavoro. Un cattolicesimo severo e censorio, ma anche, come dimostrano le scelte estreme fino al martirio di tanti religiosi, preti e monaci, maestro di altissima moralità e luminoso amore per i perseguitati, i derisi, gli ultimi. Ma la cosa che più mi ha colpito, nel laboratorio scritturale di Buchignani, è l’angolazione visuale di tutta la storia: ogni fatto, dalla quotidianità alla tragedia, viene visto secondo l’ottica, la vibrazione, la misura popolare. La voce narrante è quella di un bambino, Lapo, poi adolescente, poi giovane studioso, che esprime con tensione critica e senza ombra di retorica, gli accadimenti di un secolo. Attraverso di lui assistiamo alle partenze dei coscritti verso le trincee scavate nelle terre e nelle rocce del nord, alle drammatiche scissioni del Partito Socialista nel primo dopoguerra, allo squadrismo e alla crescente popolarità del fascismo, alla dittatura, alla crisi di coscienza dentro il movimento cattolico, alla liberazione e ai terribili e formidabili anni della ricostruzione e della contestazione.
È Lapo l’aedo della storia del suo paese, Santa Maria dei Colli, e del movimento operaio lucchese. Ci sono figure magistrali in questo movimentatissimo romanzo. Una di queste è la nonna, la proprietaria della spilla che dà il titolo al romanzo. La spilla d’oro, un’arma per allontanare le fastidiose avances dei maschi grossolani e aggressivi, che diviene simbolo di riscatto e di battagliera reazione alle prevaricazioni e alle ingiustizie. È simbolo di ribellione e di memoria ferita per i ragazzi come Giovanni, morti per la presenza fra noi del puro male.

E allora se tutto questo universo di poesia, di sentimenti, di racconti appassionati che ci fa sentire il dovere di respingere ogni ritorno della barbarie e della morte ci fa avvertire come insufficiente la definizione di romanzo storico, come potremmo definire La spilla d’oro. Memorie di un secolo sterminato? Io proporrei romanzo epico, perché grande affresco lirico di un popolo e di una realtà.

Il lavoro di Buchignani mi ha fatto venire in mente una affermazione di Isaac Bashevis Singer (A che cosa serve la letteratura?, Adelphi, Milano, 2022):”…come una pianta ha bisogno, per crescere, di terra e acqua, gli artisti devono restare fedeli al loro ambiente personale, alla loro giovinezza, al folclore della loro terra, e alla linfa vitale che nutre le fantasie della loro gente… gli artisti, come le piante,devono avere radici, e più è profondo il terreno più lo sono le radici”