William Morris, Diario d’Islanda, Amos Edizioni 2025, a cura di Luigi Marfè, disegni di Edward Burne-Jones, pag. 340.
Aveva iniziato a prendere lezioni di islandese nel 1868 da Eiríkur Magnússon, bibliotecario e poi docente di lingua norrena a Cambridge, William Morris (1834-1896), socialista, scrittore, poeta, antesignano dei moderni designer, fondatore della società di arti decorative Morris & Co. nonché della cerchia dei preraffaelliti insieme a John Ruskin, Dante Gabriel Rossetti, Edward Burne-Jones.
Affascinato dalle saghe nordiche che aveva tradotto con l’aiuto del suo maestro, la Grettis saga, la Gunnlaugs saga e non solo, nel 1871 Morris parte dalla stazione di King’s Cross a Londra per il primo dei suoi viaggi, insieme a Magnússon, a Charles Joseph Faulkner e William Herbert Evans, anticipando, con A Journal of Travel in Iceland del 1875, la tradizione degli scrittori di viaggio, come Robert Byron e Chatwin, e suscitando l’ammirazione di Borges che scoprì l’Islanda attraverso di lui. Sulla decisione di partire aveva influito anche una forte delusione, in quanto l’amico Rossetti aveva iniziato una relazione con sua moglie, Jane Burden.
Dal 6 luglio al 7 settembre Morris raccoglie appunti che poi vedono la definitiva organizzazione nel 1873. E così il lettore parte per un viaggio di due mesi con lui, in treno fino a Edimburgo, per mare sulla cannoniera Diana superando le Orcadi, le Faroe, le Shetland, fino a Reykjavik. Poi a cavallo sull’isola, direzione sudest, nord e infine ovest. Lui cavalca un pony. Sul percorso comprano nuovi cavalli, le guide tracciano la via, una carovana di cavalli da soma trasporta bagagli e bauli.
La gente del posto, i contadini, i fattori, i parroci, tutti quelli che incontrano dopo ore e ore di cavalcata, di guadi di torrenti bianchi di ghiaccio, di inerpicate sui dossi delle colline, di attraversamenti di lande nere di lava, tutti collaborano per accompagnare il gruppo insolito nelle zone più difficili, ma soprattutto per mostrare a Morris i luoghi che ricordano i personaggi delle saghe del tredicesimo secolo, così presenti nella memoria dei locali e loro orgoglio.
I luoghi che scopre e attraversa, “gomitoli di tempo da dipanare” nella definizione di C. Magris, sono fissati nei minimi particolari, come una tela dipinta lunga due mesi: non viene tralasciato nulla, come se lui disponesse dei moderni mezzi tecnologici per filmare ogni particolare di luce, di terreno, di profili montuosi, di fiordi, di ghiacciai da cui si riversano cascate, di ruscelli, di vegetazione, di abitazioni, di acque calde, di fauna, di volti.
Racconta in maniera chiara, come nel diario di un bambino, con lo stesso stupore ed eccitazione davanti a ciò che incontra, tutto così diverso dalla sua Inghilterra, così pieno di forti contrasti, ma con quelle casette verdi d’erba, il prato attraversato da un torrentello, il verde intenso che compare improvviso dopo distese di detriti lavici. E tanti fiori di quella breve estate nordica, quando è tempo di fienagione e i contadini si fermano appoggiati ai rastrelli al passaggio degli stranieri, e la luce inonda il cielo fino a tarda notte.
È abbastanza frequente vederlo in giro a osservare, nei luoghi dove hanno piazzato le tende, magari mentre gli altri sistemano i bagagli, o dedicarsi alla cucina da campo, perché lui è un gran mangiatore; o lo vediamo sorridere degli imprevisti che gli capitano per sbadataggine: ne risulta una figura divertente, come lui aveva intenzione di apparire agli occhi dell’amica a cui dedicherà il diario, Georgiana Burne-Jones, lui “bardo straniero venuto sull’isola per apprendere le antiche saghe e diffonderle.”
Un viaggio difficile, dove gli ostacoli arrivano improvvisi: il suo pony un giorno cade sul muso e Morris su di lui, piove spesso a dirotto, pericoloso è il guado dei torrenti per uomini e animali, la corrente è tanto impetuosa che lui non capisce bene da che parte sta andando. Anche le guide talvolta perdono l’orientamento e servono i locali per ritornare sul percorso. Spesso i cavalli camminano su ciottoli taglienti di lava e le zampe sanguinano. Si tirano fuori con le corde quelli caduti in qualche buca del terreno melmoso.
I geyser lo spaventano, ha paura di finire bollito, così vuole che le tende siano lontane: nella notte:“abbiamo udito un rumore come un tuono strozzato e la sensazione che qualcuno avesse battuto la terra cava sotto di noi mezza dozzina di volte. Siamo usciti di corsa, abbiamo sentito l’acqua bollente scorrere ai lati del grande cratere e visto il vapore salire, e nient’altro.”
L’ospitalità è sempre calorosa, caffè e whisky a riscaldarli subito, sul tavolo trote di fiume e di mare, carne di montone, di agnello, formaggi, poi la possibilità di dormire al chiuso, avvolti nelle coperte anche sul pavimento di una chiesa, e quando si è più fortunati, addirittura in un letto.
La meraviglia è costante e le descrizioni acquistano la leggerezza della poesia: “Poi siamo scesi e lentamente tornati a casa; dovevano essere circa le undici di sera quando siamo passati di nuovo per il tumulo. La luna era in cielo a ovest, una piccola e sottile mezzaluna che ancora non brillava, anche se le giornate si stano visibilmente accorciando, e la piccola valle era immersa in una sorta di penombra.”
Viaggio che richiede resistenza fisica e, in quelle condizioni e con quei mezzi, anche molto coraggio, ma l’ignoto ha sempre affascinato i viaggiatori appassionati. Questo non esclude che Morris non ci dica della sua paura, del batticuore, del tremore alle gambe quando sa di dover camminare su un sentiero stretto affacciato sul burrone.
Passano i giorni tra fatiche, scoperte ed emozioni, e sono tutti un po’ provati: qualcuno non sta bene, si è nervosi se si sente russare, si fatica ad alzarsi se la pioggia cade grossa sulla tenda, ci sono momenti di avvilimento; sono dimagriti i cavalli nonostante abbiano pascolato in ogni zona verde intorno agli accampamenti. Cresce la nostalgia di casa.
Ma ormai è fine agosto ed è una festa vedere il faro, finalmente, sulla collina di Reykjavik.
