23 Gennaio 2026
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Il groviglio della Groenlandia

«È la Nato il luogo nel quale noi dobbiamo cercare di organizzare insieme strumenti di deterrenza verso ingerenze che possono essere ostili in un territorio che è chiaramente strategico», così Giorgia Meloni, a Seul, in un incontro coi giornalisti. Invece, su Truth, Donald Trump ha scritto questo post: «A partire dal 1° febbraio, a tutti i Paesi menzionati (Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi e Finlandia) verrà applicato un dazio del 10 per cento su tutte le merci spedite negli Stati Uniti d’America. Dal 1° giugno 2026, il dazio passerà al 25 per cento. Questo dazio resterà in vigore fino al raggiungimento di un accordo per l’acquisto completo e totale della Groenlandia». L’Italia, al momento, tergiversa, come ha sempre fatto nella sua storia recente: un colpo al cerchio e uno alla botte. «Organizzare insieme» all’interno della NATO non prevede l’invio di soldati italiani in Groenlandia, ma Meloni ha avvisato Trump che sbaglia a mettere i dazi alle nazioni che hanno inviato soldati all’esercitazione nell’Artico.

La NATO è “un sistema di sicurezza collettiva: i suoi Stati membri indipendenti si impegnano a difendersi a vicenda da eventuali attacchi da parte di terzi”. In questo caso non si tratterebbe di attacco, ma di interesse americano nei riguardi della Groenlandia. Che differenza c’è tra attacco e interesse? Semplice: l’attacco prevede l’azione; l’interesse può essere anche solo estetico – la contemplazione dei ghiacci e dei pinguini, ad esempio? Chissà…

Dunque, ha ragione sempre Meloni quando parla di «un problema di comprensione e di comunicazione»? Non scherziamo!

In questo groviglio tutto postmoderno, nel quale a una mossa militare si risponde con una mossa economica, l’impossibilità di capire è data per assodata. La Danimarca, il paese del povero depresso Søren Kierkegaard, si sta trovando a vedere contesa una sua isola (in realtà, la Groenlandia è una nazione costituente autonoma con proprio governo e un proprio parlamento, sia pure all’interno del Regno di Danimarca) – per la quale esiste anche la proposta di versare 100000 dollari a ogni cittadino (in sostanza, comprare la Groenlandia). Siamo in presenza di un groviglio metafisico: la sovranità nazionale di un paese dell’UE, sta venendo difesa (simbolicamente, si dice) da Germania, Francia, Svezia, Regno Unito, Norvegia, Finlandia e Paesi Bassi, i quali hanno inviato (pochi) soldati. Tuttavia la Groenlandia, comunque sia, è sempre parte della Danimarca, per cui senza nessuna guerra di conquista la Danimarca verrebbe smembrata. E ancora: i dazi volano veloci lungo le autostrade informatico-economiche del pianeta e servono a punire/dissuadere.

Infine la Groenlandia interessa soprattutto per la sua posizione strategica. Kierkegaard avrebbe detto: l’esistenza precede l’essenza. E magari avrebbe aggiunto: prima dello stadio religioso ci sono quello estetico e quello etico. Il che sarebbe un po’ come dire: prima che l’interesse diventi azione si deve passare a contemplare la Groenlandia nella sua bellezza, poi a dire quanto sono buoni e bravi i cittadini della Groenlandia e, infine, a pregare Dio perché Barbablù non se la pigli. Ma se l’esistenza precede l’essenza se ne deduce che è il fatto stesso che la Groenlandia sia li, che esista da qualche parte, che interessa, non che faccia o meno parte della Danimarca, e meno che mai che possa avere una sua economia, una sua cultura, eccetera.

Il groviglio si amplia: il fatto stesso di esistere produce sparute truppe di soldati che hanno paura di dazi fantasmagorici e fantasmatici. In più, la Meloni dice che decide la NATO. Ma la Groenlandia, essendo parte della Danimarca, fa parte della NATO. E la NATO è a guida statunitense, cioè di Trump.

«I tempi sono andati fuori di sesto» diceva sempre il pazzo Amleto. Pezzi di territorio, isole volano di qua e di là, dazi feriscono i prodotti (più o meno tipici) delle nazioni europee. Essendoci di mezzo il principe danese non può mancare quello “spettro” che si aggira per l’Europa: lo spettro del trumpismo. «Tutto bene» disse anni fa un politico cui non piaceva particolarmente la Cina, dopo un colloquio con Xi Jinping. Ma accettare, constatare, prendere atto non basta. Occorre districare il groviglio. Le politiche del postmoderno conducono a situazioni nelle quali le parole divorziano dalle cose e se ne vanno per i fatti loro. Non è tanto la “postverità” a essere in gioco. Piuttosto è quella vecchia affermazione di Gianni Vattimo che ci fa rendere conto del punto in cui siamo arrivati. Vattimo, una volta, disse: «Oggi siamo tutti postumi, finanche di noi stessi».