23 Gennaio 2026
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Karin Boye, La consolazione delle stelle, Iperborea 2026, pag.112, traduzione dallo svedese di Fulvio Ferrari.

Uno spirito tormentato quello di Karin Boye, nata a Goteborg nel 1900, che si è data la morte nel 1941, lo stesso anno in cui si tolsero la vita Virginia Woolf e Marina Ivanovna Cvetaeva. Sempre alla ricerca della verità a livello individuale, politico, sociale, in un periodo storico difficile, nel 1928 fu colpita negativamente dalla visita all’URSS di Stalin, nel 1932 alla Germania che si preparava al nazismo. Una ricerca, la sua, non solo a livello ideologico, ma anche spirituale, per cui si spinse a esplorare varie vie, dal Buddhismo al Cristianesimo, alla psicanalisi, forte della sua spinta etica e di un profondo senso di libertà.

Conosciuta per la prosa – va ricordato soprattutto il romanzo distopico Kollocaina del 1940 – è stata un critico letterario e una delle più importanti voci poetiche della Svezia. La sua omosessualità, che scopre molto presto in un’epoca in cui era socialmente rifiutata e legalmente condannata in molti paesi, è causa di tormento e lotta.

La consolazione delle stelle è fatta di luce e di ombra, di vita e di anelito alla fine, con una presenza forte del divino, cercato, riconosciuto al di là di ogni collocazione religiosa, ma un Dio che dorme davanti al dolore, per cui “il mondo è un suo sogno”.

Spirito francescano che non cerca i beni materiali, sente la vanità del tutto, la precarietà: cala presto il sole sull’arco della vita, nonostante il “nostro agitarsi.” Vede le ingiustizie sociali, si rende conto che mancano le parole di saggezza contro le “ferite del mondo” e dovunque regna lo spirito di morte: forse bisognerebbe “avere la saggezza dei bambini” per scoprire le menzogne, per gridare che il re è nudo.

Eppure percepiamo nei suoi versi la forza della vita, che fa pensare al Cantico delle creature: “meraviglioso tutto, meravigliose la salute e la vita / meraviglioso il tetto, il pane e meravigliosa l’acqua, / e più di tutto meravigliosa l’immeritata grazia / dell’eterna fiducia di un essere umano”. Ci sono immagini di leggerezza, basti pensare alla “lanugine di cardo”, alle “rondini che sfrecciano sull’acqua”; c’è il fascino della leggenda, a consolazione contro i mali del presente: “Dicono però le leggende che i figli di Dio / trovarono bella la terra, un tempo, / sulle colline del mattino, al dorato splendore / della luce primordiale / accolsero le figlie degli uomini / nelle ondeggianti notti di luna / e con il loro seme etereo seminarono figli / della stirpe dei signori del cielo”.

C’è la bellezza del corpo umano, delle età della vita, dei ritmi e delle azioni quotidiane: “bello è il corpo robusto / che fende un’onda possente. / Bello, bello è il sonno del bambino / dopo l’emozione del gioco. / Bello è il giorno di lavoro / – duro pane, benedetto e spezzato – / e bella quell’ora che nell’ebbrezza scorda / futuro e passato”. C’è fame di una vita serena: “La miglior meta è il riposo che ci aspetta / accendere il fuoco, tagliare il pane in fretta”. C’è fame di amore, di fisicità: “Cosa ne so della tua pelle, delle tue membra? / Se fremo è solo perché sono tue, / così per me non c’è sonno né riposo, / finché non saranno mie”.

Le stelle e la luminosità del cielo sono di consolazione, tanto importanti da essere umanizzate, da essere interrogate – con un certo rimando leopardiano -: “Ho domandato a una stella / – luce lontana e inabitata -: / “Chi illumini tu, ignota stella? / tanto grande e ignara procedi”. La stella le rivolge uno sguardo, tuttavia risponde che illumina una notte eterna: “Illumino uno spazio senza vita. / La mia luce è un fiore che appassisce”.

Ricca di metafore e di simboli è la poesia di Karin Boye: questa luce di stella che appassisce – lo spegnersi di una stella – rimanda all’arco di vita che discende lentamente, attirata dall’abisso, a spaccarsi “come “le gemme si spaccano” o si spaccano a terra le gocce grevi di pioggia.

Questo dualismo vita – morte torna nella contrapposizione delle parole: “la morte è nera di tormento. / La morte è bianca di piacere” per lei, angelo ribelle “malata di veleno”. La forza delle affermazioni traspare dalla frequenza delle anafore, sia in traduzione che in lingua originale: “Io stessa fuoco / Io stessa vento / Io stessa nulla / Io stessa perduta nella tempesta”, (Själv eld / Själv vind /. Själv intet / Själv förlorad stormen).

La sofferenza si fissa nel registro linguistico che narra incubi dove si sprofonda in paludi di acque nere, dove è truce la sete, dove si sente il “dolore dei tronchi contorti”.  Ma l’elemento acqueo è molto presente: sono le gocce, il ruscello, le fonti, i “cavalli del mare”, è acqua che lava e purifica, che dona pace nelle profondità del mare. Così come sono frequenti la scintilla, la fucina, il fuoco, il fulmine, che purificano rendendo tutto cenere. L’annullamento porterà la pace e il silenzio dentro una forma nuova, finalmente libera.

Ma proprio quando il pensiero della fine si fa più insistente, ecco il bisogno della voce materna che la rassicuri: “Com’è quando ti spuntano le ali, quando sei morto, dimmi, mamma?” / “Prima la schiena s’incurva, si fa grande e larga. / Poi diventa sempre più pesante. Come portare una montagna. / Si scuotono, si spaccano costole e vertebre e midollo. / Quindi di scatto si raddrizza e tutto, tutto sorregge. / E allora sai di essere morto e che vivi in una nuova forma”.

 

Marisa Cecchetti

Marisa Cecchetti vive a Lucca. Insegnante di Lettere, ha collaborato a varie riviste e testate culturali. Tra le sue ultime pubblicazioni i racconti Maschile femminile plurale (Giovane Holden 2012), il romanzo Il fossato (Giovane Holden 2014), la silloge Come di solo andata (Il Foglio 2013). Ha tradotto poesie di Barolong Seboni pubblicate da LietoColle (2010): Nell’aria inquieta del Kalahari.