Luciano Bachi, L’odore del mare. Racconto di un bimbo di campagna ai nipoti, Grafitalia 2026
Ho conosciuto l’autore quasi cinquant’anni or sono. Ci siamo trovati, ultimi arrivati, per età e ruolo, giovanissimi e alle prime armi, nella bellissima sede del vecchio ginnasio liceo di San Miniato dove Giosue Carducci insegnò retorica dal novembre 1856 al settembre 1857, vivendo una esperienza ribalda, provocatoria e goliardica come risulta dal libro autobiografico “Le “risorse” di San Miniato al Tedesco” (1881) e come si può arguire dal soprannome “Pinini” che gli dettero i suoi giovani amici e colleghi, compagni di bagordi, termine che non è estraneo al verbo greco πίνω (píno) che significa bere, non necessariamente per sete. Poi, finito il triennio di supplenza continuata, sono approdato a Lucca, sono entrato in ruolo e, nella città del Guinigi, in mezzo a una selva di allievi e di esperienze di vario ordine, sono arrivato alla dissolvenza anche se solo per funzione che poi, come ben sappiamo, nella scuola, si rimane per sempre e si continua a studiare, a scrivere e a fare lezioni su tutto quello che fa parte dei nostri luoghi ameni letterari, passeggiando, a volte, assieme alle Ninfe che si fanno intuire soprattutto, almeno per me, nei bellissimi silenzi del verde Serchio e sulle cime vaporose delle bianche Apuane profumate di immensità. Naturalmente mai ho dimenticato San Miniato, piazza del Collegio, alcune trattorie negli scoscesi che trascinano a ritmi di slalom verso valle e i vólti, i caratteri degli scolari e dei docenti, non tutti ma i più vicini. Questo per dire che il Bachi spesso appariva nella galleria dei ricordi, faceva capolino, col suo sorriso timido e intelligente, mentre magari rileggevo pagine preziose che avevano a che fare con la poesia che, spesso, entra d’improvviso persino dentro le teorie di alcuni economisti che sono lì a ricordarti che la matematica è, a certi livelli, la poesia dell’intelligenza. E poi qualche anno fa lo avevo anche ritrovato, complice il carissimo allievo Ubaldo Bianchi, a una cena di classe. L’ho fatta lunga, ma questo incipit che viene da lontano era necessario. Per dire che lo scoprire che Luciano aveva scritto un libro di memorie, un romanzo sociale, ma meglio sarebbe dire balzachiano per via della commedia umana che lo anima, non mi ha stupito per niente. Anzi ero sicuro che, prima o poi, l’avrebbe fatto. Per vocazione civile, per umanesimo, per restituire un mondo intero alle novillime generazioni che potrebbero dimenticare, rimuovere, non sapere di che cosa era fatta la società dei loro nonni, oggetti, tempi, ritmi, colori, odori, immaginario e fantasie. Per spiegare soprattutto i sogni di tante generazioni, a ritroso, dalla nostra a quella dei nostri nonni, visto che l’Italia, con poche modifiche, è rimasta presso che uguale dalla fine dellOttocento al secondo dopoguerra, sogni che sono stati opacizzati solo dall’ultima rivoluzione industriale, la Quarta, caratterizzata dalla fusione di tecnologie fisiche e digitali, basata su Internet, Intelligenza Artificiale. E qui mi fermo. E veniamo al romanzo di Bachi.
La vicenda si svolge tra i primi anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta, quindi dentro il “tempo” in cui avviene la trasformazione dell’Italia da paese contadino ancora molto simile agli anni precedenti al conflitto (conoscenze, modo di lavoro, scenografia naturalistica, scuole rurali multiclasse, bancosauri, inchiostri, gessi, “giocattoli virtuali”, miseria e scarsezza di comodità) a realtà industrializzata che si fa “americana” velocemente, inesorabilmente, con conseguente genocidio di culture, linguaggio, sensibilità. Sono gli anni, insomma, della triste mutazione antropologica, per usare le parole di Pier Paolo Pasolini, del radicale cambiamento culturale e psichico degli italiani da intuire come effetto della devastazione delle coscienze dovuta al tornado del consumismo che implicò la scomparsa irreperibile di civiltà, di linguaggi, di candori virginali, di autenticità sostenute, a volte, da poesia e da sensibilità luminose. Insomma quelli che vengono narrati sono gli anni della “fine del sogno di una cosa”, di quel genocidio culturale, quel processo che, sempre per usare le funeste vibrazioni pasoliniane, aveva messo a morte, distrutto, “dresdizzato” le culture contadine e sottoproletarie.
Il protagonista della storia, il testimone di questo passaggio è un bambino ( lo scrittore bambino) che descrive, senza nostalgie, senza camuffamenti retorici, la miseria e il disagio di quegli anni: il freddo, la promiscuità, i costanti spostamenti (fare San Martino, una febbre, un distacco, una conseguenza del conflitto di classe nelle campagne), le rinunce, ma anche i legami, gli affetti, lo strano, e fascinoso, mosaico di speranze e di riscatto, individuale e collettivo, dalla subalternità e dall’umiliazione. Questo disegno autobiografico si sviluppa lungo due tracce parallele: il mondo, piccolo e grande, di una comunità e di una nazione; l’educazione interiore, sentimentale di ogni essere umano, in questo caso la sua, intenta a costruire, e a difendere dalla dispersione e dal compromesso, dal cinismo un patrimonio emotivo foriero di libertà e di esercizio dell’amore. Non a caso Luciano descrive, con toni tra l’ironico e, a volte, il pessimista, il se stesso giovane mentre osserva le proprie aspettative e fa i conti con i traumi della sua infanzia, con quegli incidenti di percorso che contribuiscono a farci diventare, nella migliore delle ipotesi, quello che siamo. Questo raccontare la cornice del nostro vivere, del nostro esistere concentrandosi sulla nostra anima, sulla nostra spiritualità, sapendo che nessuno migliora il mondo se non migliora se stesso, mi è molto piaciuto, l’ho trovato il segno anche della mia disordinata e, a tratti perdente, battaglia per portare un poco di eternità nel mio faticoso esistere. Aggiungo una osservazione: il testo congedato da Bachi è rilevante anche per la costruzione di una prosa ineccepibile, elegante, versatile, ossessionata dalla luce delle parole. Lo scrittore ha voluto dare centralità e concedere rilievo alla lingua della vita, della spontaneità espressiva, quella che ancora si usava nelle nostre campagne e nei nostri paesi negli anni del dopoguerra quando le lingue gergali, nate nelle attività lavorative e impreziosite da retaggi secolari dove l’essenzialità si era ornata, fino a una complessità contenutistica, di termini connessi a una intensa corrispondenza col mondo naturale e organici a una religiosità ricca di sfumature e di preziose metafore fiabesche. Mi riferisco alla musicalità e ai bellissimi termini che rimanevano e rimangono nel nostro coro popolare a dimostrazione che anche il paese, la periferia ha reso e rende preziose e ricche le lingue perché hanno dato e danno, senza mediazioni, voce alla nostra fatica esistenziale, al nostro bene e al nostro male di vivere la nostra “professione umana.
