John Vaillant, L’albero d’oro. Una storia vera di avidità e follia, Iperborea 2026, pag. 320. Traduzione dall’inglese di Luca Fusari.
Nella notte del venti gennaio 1997 un uomo attraversò a nuoto il fiume Yakoun nelle isole Queen Charlotte, o Haida Gwaii, sulla costa occidentale della British Columbia, a circa cinquantaquattro gradi di latitudine nord, e sulla sponda opposta tagliò in profondità il tronco del peccio d’oro, di due metri di diametro alla base, lasciandone intatta solo una porzione sufficiente a tenere in piedi l’albero – che era lì da oltre tre secoli – fino al primo temporale. Il K’iid K’iyaas, picea sitchensis, cadde il giorno dopo. Per la popolazione Haida, i nativi di quelle isole, fu come la perdita di una persona cara: era un albero anomalo, giallo come l’oro, intorno alle cui origini erano nate leggende. Secondo una di queste “il peccio d’oro rappresentava un bambino bravo ma ribelle che era stato trasformato in albero, e per questo ci fu chi vide in quel gesto non un atto di vandalismo o di protesta, ma una specie di omicidio”.
Era un albero mitico “che alimentava il nostro spirito ogni volta che lo vedevamo,” sono le parole di un reverendo, “che ci teneva insieme e ci elevava al divino.” A livello scientifico “nel caso del peccio d’oro, la fotosintesi era gravemente compromessa perché gli aghi esposti al sole erano privi di clorofilla, il pigmento verde che la rende possibile”. Stupisce che sia riuscito a svilupparsi bene per oltre trecento anni in mezzo ad alberi sani.
Ad abbatterlo non poteva essere stato che Grant Hadwin, classe 1949, un mito per la sua forza, un tecnico progettista della pianificazione del taglio, sulla costa che un tempo era coperta di foreste fino alla battigia, per una lunghezza di oltre ventisettemila chilometri. Esperto e attento tagliaboschi, fin da ragazzo era rimasto colpito dalla sistematica distruzione degli alberi, che trasformava i versanti in nuda roccia.
Quelle immense foreste da cui dapprima i nativi estraevano tutto ciò che serviva per vivere, furono viste come la gallina dalle uova d’oro dagli europei che vi arrivarono.
Nel 1778 e nel 1787, “quando i capitani Cook e Meares arrivarono nel Pacifico settentrionale, gli agenti della Corona britannica tagliavano legna nelle “pinete” del Nordamerica orientale da oltre un secolo”.
Siccome il commercio del legname dava grandi guadagni, la conservazione delle foreste divenne presto un tabù, perché prima veniva il profitto, nonostante l’alto rischio che comportava lavorare con le scure o la motosega circolare in mano, con gli occhi in alto per controllare le oscillazioni di alberi alti fino a ottanta metri, che cadendo a terra fanno il rumore di un palazzo crollato e purtroppo anche vittime.
Fin dagli anni ’80 Hadwin chiedeva moderazione, preoccupato per il taglio raso che desertificava i versanti, per le frane, la contaminazione dei corsi d’acqua, gli incendi delle enormi cataste di ramaglie appiccati anche dalla scintilla di una motosega surriscaldata. E dai “paesaggi traumatizzati di terra rovesciata e legna esplosa”. Per ricreare boschi di quel genere ci vogliono secoli.
Lui vide il K’iid K’iyaas, il peccio d’oro, nel 1986, quando stuoli di turisti erano accompagnati da tempo sulla riva dello Yakoun per ammirarlo, quando il peccio d’oro era rimasto solo, perché intorno la foresta era stata decimata. Grant Hadwin non accettava che fosse dedicata tanta attenzione, sia pur meritata, a un unico albero, quando si faceva strage degli altri. Fu incriminato per “gravi atti di vandalismo, danni superiori a 5000 dollari e taglio illegale di legna in territori della Corona”, in realtà in Canada non c’erano precedenti che consentissero a un giudice e alla giuria di quantificare il danno.
Grant resta un ecoterrorista che fa un gesto folle per attirare l’attenzione, per gridare contro la distruzione dell’ambiente, contro la cecità che fa accumulare capitali senza considerare le conseguenze per l’uomo e la Terra, le cui risorse non sono infinite: “abbiamo il vizio di guardare ai singoli alberi come il peccio d’oro, mentre il resto della foresta viene sventrato”.
Non si presentò al processo al palazzo di giustizia di Masset, nelle Haida Gwaii, il diciotto febbraio 1997: lo hanno cercato dovunque, ma invano. Morto annegato? Fuggito oltre confine? Sono stati ritrovati i resti di un kayak – sicuramente il suo – e qualche effetto personale, al largo della costa della British Columbia, ma nessuno ha saputo di più. C’è chi pensa che sia ancora vivo, considerando la sua capacità di sopravvivere anche in situazioni estreme.
John Vaillant, scrittore e giornalista canadese, non narra solo la storia del peccio d’oro, la ossessione di Grant dopo una crisi spirituale del 1987, quando diceva di avere avuto una visione e cambiò stile di vita puntando dritto al suo obiettivo, quello di abbattere un simbolo, ma ci porta in mezzo alla vita degli Haida, ai loro riti, ai loro totem vertiginosi finemente intagliati, ci fa conoscere il loro momento di prosperità e la loro rovina. Ci porta dentro le giornate solitarie dei tagliaboschi, sempre più veloci a far tabula rasa, sempre con la morte in agguato. E quando uno di loro muore in mezzo alle foreste, vittima di un ramo, di un tronco, di uno strumento, si sposta il morto di lato e si continua il lavoro. Si avvisa di recuperare il corpo solo a fine giornata.
