18 Marzo 2026
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Donatella Di Cesare, Sulla vocazione politica della filosofia, Bollati Boringhieri, Torino 2018

Donatella Di Cesare comincia, questo suolibro del 2018 introducendoci in un luogo. E stabilendo, poi, una volta per tutte, che al giorno d’oggi, il filosofo è destinato a essere, ovunque e dovunque, fuori-luogo.

Del resto, il  luogo è sinonimo di appartenenza, di comunità, di politica, di sovranità, di immanenza o di città; filosoficamente, esso è un dentro. Dentro la storia del pensiero, delle idee e della cultura, che – pure – la Di Cesare con grande verve traccia, la filosofia e la politica si sono trovare a combinare un matrimonio, per poi celebrare una separazione e, forse, attualmente: a tentare una qualche ricomposizione. La Vocazione politica della filosofia è presente fin dai suoi albori. E, precisamente, in quel «rinvio reciproco»[1] attraverso il quale la luce del pensiero è naturalmente destinata a destare il buio del sonno degli uomini. Detto in parole povere: «Nella sfera dell’esistenza, come in quella della politica, la filosofia punta l’indice contro l’ovvietà»[2], ovvero «La filosofia scaturisce dall’insoddisfazione per ciò che si offre immediatamente ai sensi, per il semplice dato»[3]. E come lo fa? Attraverso la domanda. La Di Cesare continua: «Ciò che per gli altri è ovvio, lampante, scontato, perde agli occhi del filosofo l’aura di solenne e certa gravità che lo metterebbe al riparo dalla domanda. Tutto è esposto all’interrogare; nulla può essere indiscutibilmente imposto, ma neppure presupposto»[4]. Questa domanda della domanda stessa, conduce il primo vero filosofo della storia, Socrate, attraverso il suo processo e la sua morte a far nascere una crasi all’interno del rapporto tra filosofia e politica. In fin dei conti: la politica dell’Atene democratica dei suoi tempi, ha condannato a morte Socrate. Il filosofo!

Questa separazione, che mantiene sia pure in maniera flebile la Vocazione politica del pensiero, percorre tutta la storia dell’Occidente fino ai giorni nostri. Globalizzazione vuol dire che non c’è più un fuori, un oltre, un meta-, un alterità, l’altro; in politica si dice: non c’è alternativa. Tutto, essendo dentro, è oggi compresso, livellato, sfruttato fino ai suoi minimi elementi costitutivi; anche la morte riesce a diventare oggetto del tardocapitalismo planetario. Donatella Di Cesare si chiede allora: quale può essere, oggi, il ruolo della filosofia? Cioè di quella disciplina che ha domandato sempre l’oltre, l’alterità, il fuori; che non si è fermata all’ovvio e ha voluto vedere anche la scaturigine stessa di quella «Routine sempre uguale, quell’ambiente artificiale intensamente illuminato»[5] che è diventata la nostra vita. Quale può essere il dentro di un pensiero che è sempre stato fuori? La soluzione dicesaresca è: l’anarchia. Ovvero; rimettere in discussione la diade sottomissione-sovranità. Per ritrovare la propria Vocazione politica, oggi, la filosofia deve ritrovare quella responsabilità che viene prima della libertà e quell’altro che viene prima di me stesso. L’anarchia potrebbe far resuscitare quella passione per l’oltre e per l’altro che l’«immanenza satura»[6] della globalizzazione ha dissolto o pietrificato o incapsulato nella depressione (dalla parte psicoanalitica) e nel terrorismo (dalla parte politica). Non a caso, la Di Cesare cita i due «salti» che sono riusciti a condurre la filosofia oltre Hegel. Affermando che «Ciò che è razionale è reale, e ciò che è reale è razionale»[7], il filosofo di Stoccarda aveva chiuso tutti i conti. Non c’era più alcun fuori!

Kierkegaard e Marx trovarono, però, questo possibile fuori; il primo nella Fede, il secondo nella Rivoluzione. Il che è come dire, nel mondo interno e nel mondo esterno, nell’individuo e nella società, nella coscienza e nella politica. Ma oggi, nel tempo durante il quale «Compito della filosofia [è] (…) restituire lo stupore, provocare lo sconcerto, suscitare estraneità, infondere la passione per l’altro»[8], sia la Fede che la Rivoluzione appaiono in forte discredito. E dunque? Bisogna recuperare, una volta per tutte, quella Vocazione politica della filosofia. Far si che l’inappropriato non sia più un fuori-luogo. Restituire il Kairos; quel momento opportuno all’interno del quale la filosofia e la politica possano tornare a essere utili a vicenda. Ci vuole una sorta di opportunismo dell’anarchia, insomma. La Di Cesare ci fa capire che il sogno è ancora importante. È vero che la veglia è, sempre il tempo della filosofia. Ma è anche vero che sognare non è dormire del tutto.

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[1]    Donatella Di Cesare, Sulla vocazione politica della filosofia, Bollati Boringhieri, Torino, 2018, p. 29.La filosofa continua così: «Per cui la filosofia non solo è ispirata dalla pólis, ma aspira alla pólis».

[2]    Ibidem, p. 92.

[3]    Ibidem, pp. 82-3. La filosofia è la morte della malefica Casalinga di Voghera, insomma.

[4]    Ibidem, p. 76.

[5]      Ibidem, p. 27. Detto altrimenti, oggi «Tutto è vuoto, tutto è uguale e desolato»; ibidem, p. 134.

[6]    Ibidem, p. 12.

[7]    Georg Whilelm Friedrich Hegel, Lineamenti di filosofia del diritto. Diritto naturale e scienza dello Stato, Introduzione, traduzione, note e apparati di Vincenzo Cicero, Bompiani, Milano, 2006, p. 59.

[8]    Donatella Di Cesare, op. cit., p. 136.

Gianfranco Cordì

Gianfranco Cordì (Locri, 1970), ha scritto dodici libri. E' dottore di ricerca in filosofia politica e giornalista pubblicista. Dirige la collana di testi filosofici "Erremme" per la casa Editrice Disoblio Edizioni. Dirige le tavole rotonde di filosofia del Centro Internazionale Scrittori della Calabria.