Cosa accadrà in Venezuela
Provo a spiegarla in modo semplice, perché quello che sta succedendo in Venezuela non è una serie tv, ma una partita giocata su un ponte sospeso. Dividiamo tutto in due parti: cosa è successo e cosa potrebbe succedere.
Cosa è successo.
In poche parole, qualcuno ha deciso di forzare una porta che da anni nessuno riusciva più nemmeno a spingere.
Chiariamo subito che, come ha spiegato pazientemente il mio amico Guido Saraceni, Donald Trump ha indiscutibilmente ignorato il diritto internazionale fregandosene altamente dei regolamenti dell’ONU a cui gli USA appartengono.
Un intervento di questo tipo poteva essere autorizzato solo dalla Corte Penale Internazionale e dall’ONU o dal presidente eletto e riconosciuto dall’ONU Edmundo Gonzalez Urrutia.
Qui però va fatta una considerazione politica, non tecnica (e del tutto personale). L’ONU oggi assomiglia a un semaforo che resta sempre giallo. Condanna, ammonisce, prende tempo, ma non ferma mai nessuno. Maduro è stato condannato per crimini contro l’umanità eppure non è mai successo nulla che lo fermasse e che impedisse che continuasse a torturare oppositori.
E quando la giustizia resta inerme, qualcuno prima o poi decide di passare col rosso.
Secondo punto fondamentale.
Il capo del governo, anche se illegittimo, oggi non è più in grado di esercitare il potere perché è sotto custodia negli Stati Uniti.
Costituzione alla mano, quando il presidente è permanentemente impossibilitato a governare nei primi 4 anni di mandato, il vicepresidente deve assumere le funzioni e indire nuove elezioni entro 30 giorni. Non è un’opinione politica, è una regola scritta.
Ora veniamo al cuore del problema.
In questo momento al tavolo ci sono quattro figure chiave.
Il governo americano, con Donald Trump e Marco Rubio.
Delcy Rodríguez, la vicepresidente, che secondo la Costituzione dovrebbe prendere le funzioni e portare il Paese al voto.
Edmundo González, eletto il 28 luglio 2024 e mai entrato in carica.
María Corina Machado, la vera leader politica che ha smontato la farsa elettorale davanti agli occhi del mondo.
Quello che ha fatto il governo americano non è stato un gesto impulsivo. È stato un messaggio scritto a caratteri cubitali come la famosissima scritta Hollywood in California.
Ora siamo onesti, neanche nei film americani succede che undici elicotteri entrino in un Paese straniero, atterrino nel cuore del comando militare, prelevino il presidente e se ne vadano in 45 minuti senza un colpo sparato da chi dovrebbe difendersi.
Una cosa del genere è possibile solo se qualcuno dall’interno ha spento le telecamere, abbassato le sbarre e fatto finta di non vedere.
Parliamoci chiaro. Un’operazione così, senza l’appoggio di generali interni, non esiste. Generali che pubblicamente si dichiarano fedeli a Maduro ma che, nei fatti, hanno già capito che la nave affonda. Generali che hanno già accordi, diretti o indiretti, con María Corina Machado e con l’esercito americano. È la classica scena di fine regime. Tutti applaudono il comandante sul ponte, ma sotto coperta stanno già cercando la scialuppa.
L’idea di Washington sembra chiara. Dimostrare che, se spinti, possono fare qualsiasi cosa. E usare questa prova di forza per costringere Delcy Rodríguez a indire elezioni vere, controllate, con osservatori internazionali e con María Corina Machado libera di candidarsi e (molto probabilmente ) vincere.
Qui va chiarita una cosa fondamentale su María Corina Machado. Trump ha detto che al momento non dispone del consenso, ma non parlava del consenso popolare. Quello lo ha già. Parlava del consenso che decide davvero il destino dei Paesi in queste fasi. Il controllo delle forze militari. Quando negozi con una dittatura non puoi parlare con chi dovrebbe comandare, ma con chi ancora controlla le armi. Se salti questo passaggio, non costruisci una transizione democratica. Accendi un incendio.
Ecco perché gli americani stanno parlando con Delcy Rodríguez. Non perché sia legittima o affidabile, ma perché oggi è una delle poche che può ancora tenere insieme i pezzi ed evitare che tutto crolli di colpo e sopratutto quella che sembra (e vediamo subito perché “sembra”) essere la più razionale.
Ed è qui che il film cambia trama. Delcy Rodríguez ha detto ieri che non ci sarà alcuna trattativa finché Maduro non verrà liberato e riportato in Venezuela. Una richiesta politicamente impossibile, soprattutto con Trump.
Dall’altro lato Edmundo González, invece, ha chiesto ieri di ripristinare l’ordine costituzionale con lui presidente, perché eletto dal popolo.
Insomma 3 versioni diverse. Tre chiavi diverse per la stessa serratura. Tre vie parallele che non si incontreranno mai. Cosa potrebbe succedere adesso. Incertezza totale.
Quello che sembrava filare liscio come l’olio oggi è tornato a essere una strada piena di buche. Il legame che tiene insieme la cupola del regime è fortissimo, cementato da anni di complicità e dal controllo cubano. Qui il tradimento non è un’opzione. Il primo che molla paga per tutti e pagheranno a che i suoi familiari tre generazioni indietro e tre avanti.
La Costituzione parla di 30 giorni per indire nuove elezioni. Saranno 30 giorni ad altissima tensione, sotto gli occhi del mondo.
Se Delcy Rodríguez non porterà il Paese a elezioni libere e realmente osservate dalla comunità internazionale, Trump ha già parlato di un secondo intervento. Più forte, più rapido, più deciso. E con tutti i suoi difetti, una cosa Trump l’ha sempre dimostrata. Quando dice che farà qualcosa, prima o poi la fa. E lo sanno anche a Caracas.
[di Stefano Versace]
