29 Gennaio 2026
Words

La sinistra italiana e i dittatori

C’è una domanda che corre, più o meno sotterraneamente, nel dibattito politico e che inquieta la coscienza individuale e la mentalità comune di una quota significativa di opinione pubblica: la sinistra sta dalla parte dei dittatori?
È un interrogativo perturbante, per dirla con il linguaggio della psicoanalisi, in quanto evoca qualcosa di conosciuto e che, perché non diventi fattore di angoscia, viene rimosso. Purtroppo la risposta è, in numerose circostanze, positiva: e, a edulcorarla, non vale la più classica delle strategie difensive, fondata sulla rappresaglia ideologica.
E sull’assunto che non può essere la destra, e tanto meno quella italiana, mossa da voluttà servile nei confronti di ogni dispotismo, a impartire lezioni. Problemi suoi. Ma è certo che non sarà “la rogna” altrui a costituire un attenuante per le titubanze, le reticenze e le omissioni, se non le vere e proprie imposture, che compromettono il giudizio delle sinistre di tutto il mondo nei confronti delle autocrazie.
Le cause di questo atteggiamento sono antiche e vengono costantemente rinnovate. All’origine c’è un profondo deficit culturale e politico che si manifesta come presa di distanza o, comunque, sospetto nei confronti del sistema democratico, dei suoi valori fondativi e delle sue regole.
La saggezza dell’affermazione per cui “la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte le altre” (Churchill) non viene letta come l’espressione di una intelligenza politica matura, bensì come una sorta di postura rinunciataria. Ci si acconcia, cioè, a quello che appare come il male minore, una soluzione povera e mediocre, incapace di suscitare aspettative ed entusiasmi. È questo deprezzamento della liberal-democrazia, e dei suoi vantaggi materiali e immateriali, che spiega in buona misura la stanchezza dei cittadini verso lo Stato di diritto; e la sua svalutazione rispetto alla forza dei regimi illiberali.
È come se non si apprezzasse, o non si apprezzasse a sufficienza, ciò che la democrazia offre per il conseguimento del bene comune e di quello individuale e, in ultima istanza, di quel pezzetto di felicità promesso a ciascuno, e alla possibilità di perseguirlo. È ovvio che tutto questo possa risultare poco attraente per le masse di cittadini delle democrazie che vivono uno stato di stress e di dolore sociale, ma resta il fatto irrefutabile che nei sistemi non democratici le condizioni di vita risultino ancora più gravose.
Ne discende che è la categoria di libertà, e i valori che la inverano, a essere svilita. Un esempio solo: il fatto che Vladimir Putin detenga il potere assoluto sulla Russia ormai da ventisei anni viene considerato un dettaglio trascurabile, equiparato al mancato ricambio delle leadership nei sistemi democratici. È quella che possiamo definire la sindrome del Peggio Mi Sento.
Pesa su questo atteggiamento la lunga storia del socialismo reale, dei due blocchi contrapposti e della guerra fredda, che impose il congelamento delle rispettive visioni del mondo e dei sistemi politici che ne derivavano. Anche se va ricordato che già nel 1976 Enrico Berlinguer dichiarava di “sentirsi più sicuro” all’interno del Patto Atlantico.
Oggi, emaciati analisti e pensosi giureconsulti giurano sul carattere democratico delle elezioni nella Federazione Russa e nella Repubblica Bolivariana del Venezuela. Qui interviene la seconda motivazione che induce tante brave persone ad “amare il dittatore”. È la sindrome dell’Arcinemico. È il trionfo dell’assioma “il nemico del mio nemico è mio amico”.
Nel corso della storia umana questo motto ha giustificato le peggiori nefandezze. Ai giorni nostri, la politica criminale e paranoide di Donald Trump porta a giustificare chi si presuppone suo nemico, anche quando si rivela, come la Russia di Putin, niente più che un competitor e, più spesso, un affidabile alleato.
Si tratta di una deriva fatale? Penso di no. C’è un’alternativa stretta, strettissima e impervia e, tuttavia, percorribile. Ma qui la sinistra sconta un altro deficit: quello di una insufficiente concezione garantista sul piano delle relazioni sovranazionali.
La sinistra è arrivata tardi e male alla fiducia piena nel diritto internazionale: e ogni volta che se ne rivelano le crepe e le lacune si preferisce abbandonarlo alla sua sorte piuttosto che battersi per la sua migliore e universale applicazione. Rinunciare a quest’ultima prospettiva significa né più né meno che affidarsi ai soli rapporti di forza e alla volontà di potenza e ridursi a scegliere quale sia il più utile “nemico del proprio nemico”.
Dunque, invece che schierarsi incondizionatamente dalla parte della legalità internazionale e dei diritti politici, civili e sociali dei venezuelani, si sceglie di stare dalla parte dell’autocrate Nicolás Maduro, confidando nell’alleanza tra quest’ultimo e la Cina e l’Iran: per poi scoprire che quei paesi tengono assai di più alle buone relazioni con l’amministrazione degli Stati Uniti.
Sappiamo che l’alternativa è fragile e periclitante, ma è anche l’unica. L’unica a poter fare chiarezza e a rendere la sinistra moralmente e politicamente autorevole. E, nel caso concreto, capace di contestare alle radici – proprio in nome del diritto internazionale – quel termine “legittimo” con cui Giorgia Meloni ha definito l’azione militare contro Maduro, senza che ciò comporti in alcun modo il rilascio di una patente di legittimità al suo regime.
[di Luigi Manconi, tratto da La Repubblica]