“Father Mother Sister-Brother” (J. Jarmush, USA 2025)
Jim Jarmush (Akron, Ohio 1953: se per caso vedete una foto di Jarmush non scambiatelo con Claudio Baglioni) non è fra i nostri registi preferiti, ma ha una sua coerenza estetica, non ripetitiva, originale. Con Father Mother Sister-Brother ha vinto il Leone d’Oro a Venezia nel 2025.
Di famiglia middle-class, Jarmush studia letteratura anglo-americana alla Columbia University e poi si reca a Parigi dove frequenta la Cinemathèque Française (allora al Palais de Chaillot, oggi a Bercy), poi di nuovo a New York: si forma una ricca cultura cinematografica e entra in contatto con due maestri di generazioni diverse Nicholas Ray e il suo “allievo” Wim Wenders. Diventa noto grazie a Stranger than Paradise (1984), e poi Daunbailò (1986). John Lurie Tom Waits (e Roberto Benigni) collaborano già con lui. Negli stessi anni ‘80 in cui Waits si trasforma da autore melodico sui generis (ascoltate Heartattack and Vine o Blue Valentine) e cantore di periferie urbane e di gente emarginata per diventare sperimentatore di suoni distonici e metallici (ma sempre di classe) Jarmush prosegue con un cinema a sua volta piuttosto sperimentale e contaminato, con ambientazioni urbane e umane spesso dell’America “waitsiana” (strade buie, motel, figure sofferenti e talora tragiche) comunque variato e strano, curioso di scoprire, anche dal punto di vista tecnico, nel suo minimalismo (influenzato da certo cinema francese e giapponese). Nel suo cinema un ruolo fondamentale ha la sinergia con la musica: Jarmush stesso musicista con tendenze new wave, produsse video per i Talking Heads e anche Waits. Coffee and Cigarettes del 2003 gli dà la Palma d’Oro a Cannes.
Molto altro ci sarebbe da dire ma è forse il caso di presentare l’ultima sua produzione, nelle sale da meno di due settimane. Il film Father Mother Sister Brother è un film evidentemente sui rapporti familiari e intergenerazionali, ma la prospettiva non è banale a cominciare dalla struttura trilogica (ma non per questo slegata), in tre episodi che si svolgono in città diverse e che non hanno per chi scrive un valore rappresentativo: ma questo andrebbe chiesto a Jarmush. L’idea che sorregge il film è la riunione di personaggi che vivono lontani tra loro e che per motivi sentimentali, sensi di colpa, circostanze speciali si ritrovano sia pure brevemente. Questo vale per i primi due episodi. Essi cercano di smussare le loro diversità, fingono, oppure scoprono davvero una nuova unità di intenti e affetti. Letteralmente straordinario, nonostante lo si doppi sempre male, è Tom Waits nel primo episodio, il più suggestivo, meglio girato, creativo. Un fratello e una sorella (come nel terzo episodio) molto diversi tra loro decidono di andare a trovare il loro apparentemente sgangherato e squattrinato e disordinato e solitario padre, che vive in una cittadina lontana da quasi tutto, negli States Nordorientali. Ma le cose non sono cosí ovvie, il personaggio è imprevedibile. Qui, oltre a Waits, eccellente Adam Driver, nella parte del fratello poco “sgamato”, buono d’animo, e anche irrealizzato sul piano personale.
Cate Blanchett conferma le sue doti di trasformista, ed è quasi irriconoscibile nel secondo episodio (Mother), dove interpreta una delle due figlie che a Dublino incontrano per il rito annuale del thè la loro madre (Charlotte Rampling) donna di successo e fredda. La Rampling non aveva mai recitato con Jarmush, la Blanchett era comparsa in Coffee and Cigarettes.
Sister Brother è il terzo episodio, più lineare, troppo sentimentale forse, ma anche per lo spettatore ordinario verosimilmemte più comprensibile e rassicurante: lo stringersi di un forte legame tra due gemelli che a Parigi ereditano e devono occuparsi della gestione di una casa dei genitori, scomparsi. Molto si basa qui sulla memoria e il rivissuto attraverso vecchie fotografie. Il non espresso né a parole né a gesti, il rimpianto, i ricordi di infanzia, i tentativi di ricomporre rapporti frammentati, soprattutto da parte dei figli ormai adulti e anzi maturi (e che devono fare i conti con il passare del tempo e anche con l’ombra della malattia e della morte), distanza e vicinanza sono altre linee del trittico in forma di lungometraggio. Che è un buon lungometraggio, non privo di momenti di ironia e comicità.
Voto: 8
