“Marty Supreme” (di J. Safdie, USA 2025)
In un articolo di giorni fa Sentieri Selvaggi (https://www.sentieriselvaggi.it/linsolita-campagna-promozionale-di-marty-supreme/) descrive le novità della campagna promozionale di Marty Supreme, campagna studiatamente fantasiosa (ossimoro apparente) e caratterizzata da brillanti escogitazioni sui social, Instagram in testa, a spese di metodi più tradizionali come gli spot televisivi. Ho rinunciato a approfondire, dato che qualunque mezzo sia stato utilizzato il film è poco interessante. E non ci si stupisce considerati i successi al botteghino (anche in Italia) e le numerose candidature agli Oscar, quasi sempre un campanello d’allarme. Noi stessi siamo stati ingannati dalla lettura di recensioni e dai pareri di amici tutt’altri che sprovveduti che sembravano prospettare un ottimo lavoro da parte del regista Safdie, di solito attivo insieme al fratello Benny, e di Timothée Chalamet, che ne è protagonista e coproduttore. Chamalet ha al suo attivo interpretazioni in Chiamami col tuo nome (Guadagnino 2017), Hostiles (Scott Cooper 2017), con cui ventiduenne fu pure candidato agli Oscar, e ancora Un giorno di pioggia a New York (Allen 2019). Ha certamente qualità recitative ma non è né intrigante né accattivante.
Marty è un “biopic” come lo si definisce oggi, ossia il racconto più o meno realistico di personaggi realmente esistiti. Vi partecipano anche altre figure ben note del cinema internazionale come Gwyneth Paltrow e Abel Ferrara. Si tratta della vita di Marty Reisman, pongista americano, ma anche bel-ami e brillante scrittore. La sinossi è piuttosto semplice: Marty è dunque un promettente e talentuoso giocatore di tennis tavolo, che per sbarcare il lunario fa il commesso in un negozio di scarpe, ma sogna di ottenere fama internazionale nello sport nel quale eccelle, successo sia dal punto di vista sportivo sia economico, pubblicizzando una attività poco nota e apprezzata all’epoca: anche con la vendita di palline arancioni e timbrate col suo nome. Riesce a autofinanziarsi, tra commerci e uno scassinamento, il viaggio a Londra, dove si svolge un torneo importante, soggiorna al Ritz, seduce una ricca ex-attrice, tutto spregiudicatamente in funzione della propria riuscita. Sconfitto in finale, seguono varie avventure, viaggi, esibizioni, fino al ritorno a New York dove è coinvolto in amori, relazioni sociali a rischio, un figlio in arrivo, liti, incidenti. Quindi Marty si reca in Giappone prendendosi la rivincita sul pongista giapponese che lo aveva sconfitto a Londra. Un happy end, di nuovo con svolgimento americano, potrebbe anche esserlo solo in apparenza.
Regia e sceneggiatura normali, recitazione spesso sopra le righe da parte dei principali protagonisti, lunga (150’) e a tratti noiosa nonostante i ritmi e i colpi di scena, questa pellicola non ha nemmeno il pregio di farci vedere la faccia sportiva della vicenda con sequenze brillanti di tennis tavolo: le poche scene rappresentate sono svogliate o stereotipate. Se, come si diceva una volta, il “messaggio” è quello di valorizzare la capacità umana di ottenere i suoi obiettivi sfruttando al meglio le proprie doti, nonostante la mancanza di mezzi (il denaro è uno dei protagonisti del film, ben più del ping-pong), questo lo possiamo concedere ma è un risultato piuttosto striminzito. Fastidiosa e mediocre la scena iniziale: vi si vede una sorta di corsa di spermatozoi psichedelici verso l’ovulo che diventa una pallina da ping-pong; una scena che ha il sapore di una citazione, forse dell’alleniano Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso ma non avete mai osato chiedere (1972), o forse del recente musical di animazione norvegese Spermageddon (2024). Qualunque cosa simboleggi è una simbologia di second’ordine.
Voto: 5
