La frana di Niscemi, la fine di Niscemi
“Al mio paese, sulla facciata della Madrice, quattro santi di pietra, irremovibili e pazienti, da qualche secolo se ne stanno esiliati lassù nelle quattro nicchie scavate tra i contrafforti e farla in barba al tempo”.
Così si legge in uno degli scritti dedicati al proprio paese dal poeta Mario Gori, amato dai suoi concittadini, la cui opera rischia l’oblio. Cantore per eccellenza del proprio paese e delle sofferenze del Sud a cui è stata titolata la Biblioteca Comunale ubicata nel centro storico. Adesso transennato, un cartello avverte che siamo in zona rossa.
I santi di pietra guardano dall’alto il costone sabbioso e argilloso che si è staccato dalle pendici lungo i lati per diversi chilometri. Ai loro piedi la collina si muove lentamente verso il vuoto della piana. Dapprima si è avvertito uno strano rumore di sedie rotte, poi il boato tremendo. Un susseguirsi di crolli, di palazzine e case basse. Un dissesto del territorio che va avanti da secoli. Così è attestato nella relazione dell’archeologo e naturalista Saverio Landolina che aveva documentato i fenomeni franosi nel marzo 1790. Con l’aggiunta di suggerimenti per evitare il ripetersi delle frane. Nessuno gli diede ascolto. Dopo la paura e i successivi crolli si è continuato a riparare, a cucire le crepe dei muri.
Adesso come un tempo gli sfollati sono tantissimi. Le loro case sono irraggiungibili. Bisogna prenotarsi al comando dei Vigili del Fuoco e farsi accompagnare. Il rischio è notevole e a volte il diniego per l’accesso è perentorio. Tantissimi sono stati privati di tutto, anche delle piccole cose, anche di una semplice foto.
Il centro si è svuotato. È surreale transitare per le vie deserte, il silenzio domina su ogni pietra e di ciò che resta dei muri. Il lastricato di lava luccica per l’acqua o per l’umidità. Neanche il canto degli uccelli si ode. Di tanto in tanto un ticchettio di passi veloci, qualcuno raccatta alla bene e meglio qualcosa di utile dalla propria abitazione.
Le fratture del terreno si aprono come voragini e inghiottono altre case, alberi di ulivo, gli ultimi carrubi, agavi che segnavano i confini delle terre.
Gatti si muovono in cerca di cibo o di una carezza. Nella mia solitaria passeggiata incontro Tony, Francesca, Giusy che non hanno più nulla, neanche le lacrime. Hanno perso ogni cosa e si dichiarano fortunati perché non hanno perso la propria vita. Dicono e lo ripetono: “ Inizieremo daccapo, di nuovo inizieremo forse in un altro luogo”.
Oggi un sole velato accende i vicoli, dopo i giorni di pioggia e nebbia insolita in questi luoghi. Riaprono le scuole, quelle che non sono state toccate dalla zone rossa. I bambini pongono domande ai genitori, alle maestre. Domande che non avranno risposte veritiere. Anche gli psicologi entrano in classe per lenire i traumi legati all’abbandono delle case, mettere ordine alla normalità, guidare l’inserimento nelle nuove classi.
Si riparte.
La biblioteca, in cui sono custoditi i libri dello storico Angelo Marsiano, resiste sospesa a metà sulla frana che divora il terreno centimetro dopo centimetro. I libri raccolti sono l’ultima testimonianza, gli ultimi documenti che narrano la storia di questa comunità. Occorre in ogni modo e con qualsiasi mezzo salvare e custodire la memoria. Cancellata la quale non resterà più nulla. Non avrà futuro, se non si riuscirà a salvare la propria identità, una comunità senza memoria del passato sarà anonima. Lo storico ha dedicato la sua vita alla ricerca delle origini, ha ricostruito la memoria che prima non c’era, ha dato identità alla sua gente.
Di tanto in tanto si alzano gli elicotteri per monitorare i movimenti della terra. A volte si sentono le sirene lontane. Il paese è quasi deserto. Tra qualche giorno scenderà la notte su questa comunità. Gli inviati, i corrispondenti vanno via senza lasciare traccia. Tutto tornerà come prima, anzi peggio di prima.
[di Francesco Margani]
