15 Marzo 2026
Sun

Henry James, Ormai non poteva succedere più nulla. Taccuini, Adelphi 2026, pp. 562

«Me ne sto qui a scribacchiare nella camera da letto di un hotel di Boston – su un tavolino col ripiano di marmo! – e in preda a una crudele nostalgia – una nostalgia che mi fa guardare al giorno in cui tornerò a scorgere le bianche scogliere della vecchia Inghilterra attraverso la loro nebbia connaturata, come a uno dei giorni più felici della mia esistenza!». Lo scrive Henry James il 25 novembre del 1881.

Questi taccuini raccolgono abbozzi, soggetti, temi, aneddoti, episodi, situazioni, piste, casi, bozzetti, ritratti, spunti; «questi piccoli fantasmi di motivi volitanti nell’aria» che James trasformerà, col tempo, in racconti e romanzi. Come? Dal momento nel quale l’autore ha 35 anni (1881) a cinque anni prima della sua scomparsa (1911), tutti questi movimenti di voce (raccolti insieme a suggestioni letterarie o, anche, di altro tipo) andranno a costituire quel patrimonio di nomi che daranno alla sua penna l’occasione per un excursus letterario fra le bianche scogliere (l’Europa) e la constatazione che «le strade di New York sono fatali per l’immaginazione» (ll Nuovo Mondo).

Certo, i luoghi sono importanti anche per uno scrittore che si occupa prevalentemente di rapporti personali. Certo, i rapporti personali sono importanti per uno scrittore di racconti dal respiro internazionale o di fantasmi, o di pezzi di teatro che sono importanti per tirare la carretta. Certo la carretta è importante per uno scrittore alto-borghese che si occupa di faccende alto-borghesi, in uno stile dalla prosa elegante e complessa.

Nato quattro anni prima del Manifesto del Partito Comunista (e, cioè, nel secolo caratterizzato dai nazionalismi e dall’emergere del problema sociale) Henry James, col suo gilet e la sua bombetta, traspone sulla pagina scritta quello che vede, ciò che ha di fronte. Da questi taccuini emerge la figura di un uomo che rappresenta solo – con un doppio diaframmaqualcosa del tipo: «si tratteggerà la propria epoca solo imperfettamente se non si affronta questo particolare argomento: l’invasione, l’impudenza e la sfrontatezza del giornale e dell’intervistatore, la pubblicità divorante della vita, l’estinzione di qualsiasi criterio tra pubblico e privato». Cioè, un fastidio. Non a caso, scrive che «ho imparato, assai vividamente, che se si prova a lavorare per il teatro, bisogna essere preparati al disgusto, a un profondo e indicibile disgusto».

Ne Lo scambio simbolico e la morte, Jean Baudrillard suddivide i simulacri in tre ordini. Quelli dell’epoca in cui vive James sono «segni senza tradizione di casta, che non avranno mai conosciuto le restrizioni di statuto – e che non dovranno quindi più essere contraffatti, perché saranno fin dall’inizio prodotti su una scala gigantesca».

Anche Henry James, come la sua epoca, produce simulacri; cioè immagini smaterializzate della realtà. Non abbiamo più a che fare con la realtà – e non perché James non abbia capito il suo secolo -, ma con la costituzione di un asimmetrica gabbia di riflessi, echi, circostanze; situazioni, appunto. «Un uomo ossessionato per tutta la vita, e sempre più, dal terrore che qualcosa gli accadrà: ma che cosa non ne ha idea». Naturalmente, c’è una donna; c’è sempre una donna, nei racconti di Henry James …

«Un giorno alla fine chissà come, chissà quando, si trovano faccia a faccia a discuterne, e allora lei parla. “Questa grande cosa, nel terrore e nel presagio della quale avete sempre vissuto – vi è capitata? “. Lui stupito – quando, come, cosa? “Cos’è – ma è il fatto che non è successo nulla!”».

Utilizzando, anche, il titolo di questa raccolta: «non poteva succede più nulla» e «non è successo nulla», se ne ha che «ecco cosa avrebbe potuto succedere, mentre ciò che è successo è che non è successo niente». Simulazioni e simulacri, questi taccuini mantengono la loro promessa. Sono Impressioni di settembre, flash che diventeranno opera. «Una genia in mezzo alla quale, l’impressione è questa, una persona che conosca e ami la cosa in sé, l’opera, in pratica è introvabile». Henry James (invece) la amae per questo è uno dei grandi. E amandola si accorge (ancora una volta) che c’è una relazione tra i luoghi e le persone e che i luoghi si duplicano, così come fanno le persone. Europa, America, gelosia, invidia, dolore: nuances… In questo senso, anche se «non è successo niente», vale la pena di leggere questo libro. Per quell’oscillazione costante, presente in quasi tutti i grandi autori, tra la vita e l’arte.

Gianfranco Cordì

Gianfranco Cordì (Locri, 1970), ha scritto dodici libri. E' dottore di ricerca in filosofia politica e giornalista pubblicista. Dirige la collana di testi filosofici "Erremme" per la casa Editrice Disoblio Edizioni. Dirige le tavole rotonde di filosofia del Centro Internazionale Scrittori della Calabria.