Il mio Luperini
Il Sessantotto è un periodo, non un anno. Di fatto i suoi prodromi iniziano subito dopo il risveglio antifascista del luglio Sessanta contro Tambroni, soprattutto, dentro il partito socialista e i suoi sfrangiati dintorni, dintorni in parte nuovi, in parte approdati alla contemporaneità dopo il lungo e faticoso viaggio dalle drammatiche vicende avvenute negli anni Trenta e Quaranta del Novecento. La fine, invece, comincia con la seconda metà degli anni Settanta.
Nel Sessantotto, comunque, ci conoscevamo un po’ tutti, noi studenti di sinistra e, nonostante divisioni che sembravano drammatiche e insuperabili, ci riconoscevamo gli uni con gli altri come militanti, come sognatori, come spiriti inquieti animati da speranze, da desideri profondi di un cambiamento radicale dell’esistente. Per questo, anch’io che venivo dalla periferia e mi ero formato in una famiglia proletaria, nella mia volontà di capire e di migliorare, ascoltavo e sceglievo i miei maestri di Vita che, a Pisa, per me, erano Fausto Barcella, Umberto Carpi, Gian Mario Cazzaniga, Luciano Della Mea, Romano Luperini e Adriano Sofri. Con alcuni di loro avevo rapporti costanti, diretti, di sintonia assoluta, con altri un modo di viverli diciamo a distanza.
Luperini mi piaceva per la sobrietà, per il modo serio e analitico nell’affrontare i problemi, nazionali e internazionali, di quel tempo. Mi sembrava disprezzasse tutto ciò che era luogo comune, fanatismo, catechismo dozzinale. Era pensoso e, soprattutto, coltivava, accanto all’impegno politico, un interesse alto per lo studio e per la letteratura. Insomma ai miei occhi di osservatore aveva il pregio di non essere dentro la parodia, dagli esiti sempre involontariamente comici, dei personaggi e degli eventi di una storia eroica, leggendaria e tragica quale quella che si era fatta affresco, gigantografia, tra guerre civili, dittature e conflitti mondiali dalla fine dell’Ottocento al 10 agosto 1945.
Questo suo carattere, il fatto di non aver mai sospeso, nemmeno negli anni di impegno forsennato della militanza rivoluzionaria, la sua attività di studioso e di docente universitario, lo rendevano ai miei occhi una eccezione davvero lodevole tra i diversi leader della nostra ribalda giovinezza. Una eccezione positiva, la sua, anche per la sinistra che, nella sua parte migliore e responsabile, ha sempre difeso, tutelato il valore della complessità e della propensione al pensiero.
Anche per questo i due volumi “autobiografici”, L’uso della vita. 1968, romanzo, coll. Narratori delle riserve, Transeuropa, 2013, La rancura, Milano, Mondadori, 2016 (Premio Nazionale Letterario Pisa), non risultano essere il frutto di una analisi distaccata o nostalgica di una età ormai lontana ma un racconto di fatti che continuano a muoversi e a contare nel nostro mondo.
Il Luperini che io ho ascoltato, ma non frequentato, credo che mancherà moltissimo a tutti noi, a tutti quelli che amano la vita e la letteratura e che diffidano fortemente della retorica e del paternalismo mentre sentono quanto fondamentale sia, oggi come ieri, non rinunciare al Sogno di un mondo nuovo di zecca, umano perché consapevole della sua fragilità. Mancherà a noi, insomma, che teniamo nel giusto conto chi ci critica o ci guarda con superiorità e distacco scambiando la sua ottusità e mancanza di sguardo davvero libero sul futuro per furbizia e per adulta razionalità, da bravo adepto della Società degli Apoti.
