4 Luglio 2026
Words

Americanismo o trumpismo? 250 anni di USA. Itv ad Arnaldo Testi

L’esempio lampante del mito americano me l’ha fornito mia madre novantenne. Alla domanda se preferisse l’inferno o il paradiso, ha detto che preferiva l’America. 250 anni fa un gruppo di stati nordamericani decisero di sottrarsi all’impero britannico e alla monarchia, in nome di alcuni principi che sono arrivati a indicare una specie di uguaglianza universale. Oggi è tutto cambiato?
“Le festività in corso per il 4 luglio – spiega lo storico Arnaldo Testi – avrebbero dovuto essere il trionfo monumentale e spettacolare di Trump. A giudicare da quel che si vede potrebbero rivelarsi un segno della sua debolezza”. Testi è autore del libro 4 luglio, edito da Il Mulino.

La dichiarazione d’indipendenza del 1776 è una dichiarazione di guerra al Regno Unito. Come può una dichiarazione di guerra uscire dalla sua funzione primaria e diventare un testo ricordato per le proprie ispirazioni etiche?
La Dichiarazione di indipendenza non è una dichiarazione di guerra. E’ una lettera di addio e, eventualmente, di arrivederci. Afferma il dissolvimento dei legami politici delle colonie, ora autoproclamatisi Stati indipendenti, con lo Stato di Gran Bretagna. Dice che d’ora in poi i “fratelli britannici” saranno trattati come il resto dell’umanità, “nemici in guerra, amici in pace”. La guerra è una scelta loro, degli ex fratelli, perché non accettano la separazione, non la chiamano neanche guerra ma repressione di una insurrezione interna.
L’addio alla madrepatria viene proclamato in modo altisonante perché è un atto clamoroso, quasi inaudito allora, che ha bisogno di spiegazioni ideali convincenti per mobilitare i coloni in rivolta (che ci rischiano la vita in battaglia e il collo per tradimento) e per avvertire la comunità internazionale.
Spesso si dimentica questa dimensione internazionale dell’indipendenza.  Che è rivendicata in nome di idee altisonanti e pericolose: la volontà dei popoli delle colonie, i loro diritti di individui. Sono idee che spaventano, sovversive dei poteri imperiali di tutti gli imperi transatlantici, e infatti sono censurate in tutte le Americhe, quelle spagnole e sù fino al Canada. Naturalmente si diffondono lo stesso. In effetti, la Dichiarazione del 1776 inventa un tipo di documento politico: l’autocertificato di nascita di un nuovo stato che si stacca da un conglomerato imperiale multinazionale o coloniale e se ne va per conto suo. Ce ne saranno decine e centinaia di documenti così, fra Ottocento e Novecento.
E naturalmente c’è la più conosciuta dimensione interna. L’indipendenza significa rifiuto non solo del monarca del tempo presente, re Giorgio III (il suo fu il primo monumento a essere distrutto dalla folla), ma soprattutto rifiuto della monarchia. Significa repubblica, cioè governo basato sul consenso dei governati. Significa rivoluzione repubblicana.  Di nuovo si invocano principi altisonanti e pericolosi: i diritti inalienabili all’eguaglianza e all’autodeterminazione individuale (il diritto alla ricerca della felicità). A confronto con una realtà fatta di diseguaglianze di classe e genere e razza, di schiavitù a base razziale e di espropriazione dei nativi, siamo nell’utopia? In parte sì in parte no: l’utopia comincia lavorare nella società realmente esistente e a cambiarla, con tutte le lentezze e le pene del caso.

Quando gli “Stati Uniti” decisero di sottrarsi al regime britannico non erano ancora nulla di consolidato dal punto di vista statuale. Quale valore e quale collante hanno potuto arrivare a costituire una federazione di stati?
Furono i conflitti politici e infine la rivoluzione per l’indipendenza a fornire il collante che fece gli Stati Uniti. Già le colonie avevano iniziato a sentirsi parte di una nuova costellazione di soggetti autonomi dalla madrepatria. Avevano un po’ di storia alle spalle, erano abbastanza popolose e prospere da essere autosufficienti, quasi tutte con tradizioni di autogoverno (sotto l’ala imperiale britannica) e di capacità di autodifendersi (con le milizie volontarie, i maschi bianchi erano tutti armati), con esperienze di cooperazione militare contro i francesi e le nazioni native e infine contro il loro stesso governo, quello di Londra.
Già i residenti si sentivano “americani”, con interessi comuni e una cultura comune, diversa da quella dei compatrioti rimasti oltreatlantico.
Dopo la Dichiarazione di indipendenza, i nuovi Stati formarono un organo di governo collettivo a scopo bellico, gli Articoli di Confederazione, spesso descritti come la prima costituzione degli Stati Uniti. In effetti era una istituzione debole, senza un potere esecutivo, con i singoli stati gelosi dei loro poteri; con ritrosia si diceva una lega di amicizia, con audacia si proclamava “perpetua”. Fu la tensione fra il desiderio di perpetuare l’istituzione e di darle un centro unitario autorevole, da una parte, e la vocazione a mantenere l’autonomia originaria degli stati dall’altra, a portare al cambiamento finale, alla nuova Costituzione del 1787. Una Costituzione che sembrava soddisfare con più vigore entrambe queste contrastanti pulsioni.
Una Costituzione che era in parte “federale” e in parte “nazionale” cioè centralista. Lo è ancora oggi.

Cosa significava per uno schiavo (e successivamente per un operaio o una lavoratrice sfruttati) il 4 luglio? Quali sono le verità evidenti e quali le controversie della fondazione degli Stati Uniti?
Qui siamo appunto nel cuore dei processi storici che hanno fatto delle altisonanti e pericolose affermazioni della Dichiarazione uno strumento di cambiamento politico e sociale, con tutte le drammatiche lentezze e tragedie del caso.
L’affermazione che “tutti gli uomini sono creati uguali”, scritta da Thomas Jefferson, uno schiavista della Virginia, ebbe un destino probabilmente non contemplato da chi la scrisse. Divenne quasi subito un grido di battaglia per abolire la schiavitù. Fu abbracciato già durante la rivoluzione da esigue minoranze di abolizionisti bianchi e neri, e poi con più vigore negli anni Quaranta e Cinquanta dell’Ottocento. Ci volle infine il bagno di sangue della Guerra civile perché la schiavitù finisse ovunque. Anche se ciò non impedì la nascita nel Sud post-guerra civile di un regime di segregazione razziale. I suoi effetti riverberano ancora oggi.
La stessa affermazione di eguaglianza fu usata dai movimenti delle donne per conquistare i diritti civili e politici, in una lotta altrettanto lunga anche se non altrettanto sanguinosa di quella per l’abolizione della schiavitù. Nel 1848 le prime suffragiste prepararono un calco della Dichiarazione di indipendenza in cui misero in scena se stesse come protagoniste, scrissero: “Tutti gli uomini e tutte le donne sono create uguali”. Il suffragio femminile in tutti gli Stati Uniti arrivò una settantina d’anni dopo, nel 1920.
Per la classe operaia maschile e bianca l’eguaglianza civile e politica arrivò più rapida. In molti stati fu uno dei primi effetti della rivoluzione, che anche per questo si pensò come rivoluzione democratica. Dagli anni Venti dell’Ottocento il suffragio universale (maschile bianco) vigeva quasi dappertutto, in quasi tutti gli stati. Per riconoscere esplicitamente l’origine rivoluzionaria di questo diritto, le corporazioni operaie, i primi sindacati e i primi partiti operai usarono il Quattro luglio come una sorta di festa del lavoro. A fine secolo arrivò anche il vero Labor Day, a cui i socialisti aggiunsero il loro May Day, il Primo maggio.

Perché si distruggono i ricordi “monumentali” di Jefferson, quando addirittura Gramsci notava come fondamenti di egualitarismo i principi dettati da Jefferson nella dichiarazione d’indipendenza?
L’ondata delle proteste anti-monumentali che ha avuto il picco nel 2020 e ha investito i Padri fondatori, il padre della patria George Washington, il padre della Dichiarazione Thomas Jefferson, persino Abraham Lincoln, il Grande emancipatore, è frutto di prospettive culturali post-coloniali piuttosto recenti nella storia del paese. Prospettive che hanno a che fare con i cambiamenti nei rapporti internazionali fra le potenze di origine europea e il resto del mondo, e con la loro influenza nella vita sociale degli Stati Uniti. Dove la popolazione, a causa delle nuove ondate migratorie, è sempre meno bianca e sempre più multietnica e multirazziale.
In momenti di particolare furore ideologico, alcuni gruppi hanno portato in piazza e raccontato a tutti quelle realtà che gli storici conoscono bene, e cioè la presenza dell’ombra nera della schiavitù a base razziale nel pensiero e nella cultura politica delle élite bianche che fecero la rivoluzione. Gli storici, gli analisti, fanno su queste cose dei discorsi complessi, e giusti. Del tipo: sì, lo schiavista Jefferson e i suoi compagni d’avventura avevano probabilmente in mente l’eguaglianza all’interno della comunità coloniale di origine europea. E tuttavia, una volta scritte e scolpite nel documento fondante del paese, quelle parole hanno acquistato una universalità che va oltre le intenzioni di chi le ha scritte. E hanno nutrito movimenti per l’eguaglianza di tutti (e di tutte).
Ai giovani afroamericani di oggi tutto ciò può apparire ipocrisia? Il Jefferson di cui si parla può essere inteso come il padrone bianco che mise in schiavitù i loro antenati, neanche tanto tempo fa? Si può chiedere loro di celebrarlo?
L’ipocrisia non è solo una facile imputazione moralistica di oggi. Il Jefferson Memorial, inaugurato da Roosevelt nel 1943 nel National Mall, fu oggetto di una consapevole “pulizia ideologica” da parte dei suoi ideatori democratici. Il monumento doveva competere con il Lincoln Memorial dei repubblicani, lì di fronte, e doveva parlare della guerra antifascista in corso, del New Deal e dell’elettorato nero che stava affluendo al partito del Presidente. Il suo interno fu così ricoperto da brevi citazioni jeffersoniane scelte con cura. Parlavano di libertà e liberazione, sulla schiavitù quasi niente. In alcune pareva che l’uomo, il vecchio schiavista illuminista, fosse un anticipatore dell’abolizionismo. I curatori sapevano benissimo quello che stavano facendo.
D’altra parte proprio in quegli anni la scuola-quadri del partito comunista di New York si chiamava Jefferson School. Sapevano che cosa, esattamente, stavano onorando? Con quali occhiali guardavano? 

Il trumpismo è un modus vivendi e operandi nuovo e mai agito sulla scena sociale, o è ispirato da altre idee e movimenti americani recenti? E una volta che non ci sarà più Trump, resisterà il trumpismo?
Gli Stati Uniti celebrano i 250 anni di vita in uno dei momenti più critici della loro lunga storia, per ragioni che vengono da lontano, dai cambiamenti mondiali, dai cambiamenti economici, politici, culturali e demografici dentro il paese. Il paese è spaccato in due, in maniera drammatica. Donald Trump è per molti versi un prodotto di questa crisi, di questa spaccatura, ma ne è anche, in maniera attiva e consapevole, l’acceleratore. Con i suoi istinti autoritari e narcisisti, con la volgare violenza di linguaggio, con la retorica maschilista, razzista e anti-immigrati, con le aggressive posture internazionali, riprende modi di pensare e agire che sono sempre esistiti ma che in genere hanno avuto un impatto più limitato. Oppure hanno lavorato sotto traccia.
Trump li ha portati dentro la Casa bianca. In effetti non c’è mai stato un Presidente come lui. E quindi le conseguenze che i suoi passaggi dallo Studio ovale potrebbero avere sul lungo periodo per la democrazia americana nel suo complesso, un cambio di regime, oppure un cambio dentro il regime, oppure un collasso del suo regime in fieri, sono ancora tutte da vedere. La democrazia americana è grande e grossa, complessa e stratificata, densa di relazioni sociali e politiche resistenti. Ha in fondo i problemi di tutte le nostre democrazie di origine europea ma, essendo grande e grossa, di problemi ne ha di più, e ne ha anche per noi, in un intreccio inevitabile. Niente è stato ancora davvero deciso.
Le festività in corso per il Quattro luglio avrebbero dovuto essere il trionfo monumentale e spettacolare di Trump. A giudicare da quel che si vede potrebbero rivelarsi un segno della sua debolezza. Le celebrazioni ufficiali dei grandi anniversari hanno sempre qualcosa di finto e anche di un po’ lugubre, caratteri che in questo caso sono molto accentuati. Le manifestazioni pensate dalla Casa bianca sembrano sempre meno festività nazionali, cioè rivolte a includere tutto il popolo americano, o almeno una sua larga maggioranza. Sono invece autocelebrazioni del capo, con contenuti e stili che sono attraenti solo per i gusti del suo elettorato più fidato. Contenuti e stili che hanno quindi scarsa capacità egemonica. Non ci provano neanche ad averla.
Infatti altri cittadini li trovano repellenti. C’è chi arriva al cinismo, a chiamarsi fuori, a dire, “Non in mio nome, il 4 luglio non è la mia festa”. E c’è chi invece ripete la pratica della appropriazione popolare e repubblicana del Quattro. Persone che adottano lo slogan “No Kings” e ritengono che il Quattro sia festa di tutti, festa di “We the People”, che non possa essere lasciata alla Casa bianca o al suo inquilino pro-tempore. Anche queste persone fanno appello a tradizioni di lungo periodo nella storia del paese, stabiliscono una connessione diretta (e mitica) con le sue origini rivoluzionarie, e dicono: non vogliamo un monarca oggi, proprio come allora.
Che dopo due secoli e mezzo di storia repubblicana sia necessario usare uno slogan di questo tipo è abbastanza inquietante. E’ anche un segnale che il conflitto sui destini della repubblica è del tutto aperto.