4 Settembre 2026
Words

Lipsia: guerra ibrida fredda

A Lipsia, il 9 ottobre 1989, ci fu un enorme manifestazione contro il governo della Repubblica Democratica Tedesca. Quella manifestazione costituì il detonatore, esattamente un mese dopo, dell’esplosione del regime comunista e, quindi, della Caduta del Muro di Berlino.

A Lipsia, il 4 agosto di quest’anno, è tornata la Guerra Fredda. Ma si è trattato di una Guerra Fredda strana, senza più comunisti, senza muri; ibrida, appunto. Tre droni sono stati ritrovati nell’aeroporto di Lipsia quel giorno; il primo preso a calci da un autista di pullman, il secondo andato a impattare contro un aereo cargo, il terzo, ritrovato qualche tempo dopo, lì vicino. È un po’ come se la Russia, riconosciuta dai tedeschi responsabile di questo attentato, stesse conducendo una guerra simbolica. Nel luogo in cui è iniziato a cadere il comunismo, Vladimir Putin avrebbe, forse, rinvenuto il motivo di una sfida non solo alla Germania, ma all’intera Unione Europea. Una Guerra Fredda, insomma, condotta con altri mezzi, mezzi che si esemplificano in attacchi cibernetici, campagne di disinformazione svolte sulla Rete e veri e propri atti di sabotaggio. Non più «la politica condotta con la guerra», ma un vero e proprio stillicidio primariamente culturale.

Creando stati di incertezza e di confusione, la guerra ibrida si produce, in maniera del tutto omologa alle dinamiche del neoliberismo attuale, in quanto traino di ansie, paure, percezioni dell’assoluta mancanza di punti di riferimento, sfiducia, realizzando quella “società dell’angoscia” di cui tanto si parla. Nella mancanza di punti di riferimento, ogni punto di riferimento va bene. Così anche in assenza del comunismo del periodo della Guerra Fredda, anche la Russia attuale potrebbe presentarsi come referente, magari del generale Vannacci, per esempio. Sta circolando, infatti, la notizia, diffusa dal Financial Times, che Vannacci sia una creatura russa. Ma non solo. In qualche modo, si fa capire, anche Giuseppe Conte e Matteo Salvini potrebbero avere a che fare con una rappresentazione simbolica che, a questo punto, perde di vista la propria stessa cartografia. Ad aumentare la confusione e la perdita di punti di vista che, un tempo, si sarebbero chiamati «solidi», è intervenuta pure Maria Zhakarova, portavoce del ministero degli esteri russo. La Zhakarova ha citato Gianni Rodari, comunista a sua volta, in relazione alla nomina dell’ex ministro della Difesa ucraino Mykhailo Fedorov a consulente del ministero della Difesa italiano.Gianni Rodari ha scritto una filastrocca dal titolo, guarda un po’, La luna di Kiev; «Chissà se la luna/ di Kiev/ è bella/ come la luna di Roma,/ chissà se è la stessa/ o soltanto sua sorella …». A parte che la Terra una volta aveva due lune veramente e che, una sera, Albert Einstein chiese al suo futuro biografo Abraham Pais: «Ma tu davvero credi che la luna non sia lì quando nessuno la guarda?», a parte anche Leopardi, a parte tutto questo, postulare due lune equivale a pensare all’’esistenza di un nuovo comunismo internazionale con a capo la Cina. A generare ancora un po’ più di tensione e di confusione ci si è messo pure il nostro ministro degli esteri, Antonio Tajani che ha parlato di una certa «influenza» russa in Italia, la quale potrebbe farsi, anche, sentire nelle prossime elezioni politiche.

Droni, spie, minacce, disinformazione, attacchi ibridi, munizioni, influenze… Insomma, la Guerra Fredda sembra essere tornata pur non essendo tornata. Manca, infatti, un fattore dirimente perché ciò possa essere successo: non esistono più i due Blocchi (USA e URSS). Esiste, però, in maniera ibrida la stessa logica della Guerra Fredda. In definitiva, non esiste più l’economia centralmente pianificata dall’alto (la Cina ha un’economia del tutto capitalistica), non esiste più la politica del periodo 1946-1989, ma esiste la logica che era sottesa a tutto questo. Nel momento in cui scoppiò la Prima Guerra Mondiale, e quando l’Italia entrò in guerra nel maggio del 1915, la posizione ufficiale dei socialisti italiani fu: «Né aderire né sabotare». Oggi, questa logica sembra essersi capovolta: aderire e sabotare. Ma “aderire” a cosa?

Gianfranco Cordì

Gianfranco Cordì (Locri, 1970), ha scritto dodici libri. E' dottore di ricerca in filosofia politica e giornalista pubblicista. Dirige la collana di testi filosofici "Erremme" per la casa Editrice Disoblio Edizioni. Dirige le tavole rotonde di filosofia del Centro Internazionale Scrittori della Calabria.