Fabio Mussi e l’ambientalismo
Firenze, primavera del 1986. Allora, giovane iscritto alla FGCI partecipai come invitato al XVII Congresso nazionale del Partito Comunista Italiano (PCI), svoltosi dal 9 al 13 aprile 1986. I temi ambientali vissero una svolta storica e dirompente, che vide Fabio Mussi, membro della Direzione, nel ruolo di assoluto protagonista.
Fino ad allora, la cultura del PCI era rimasta legata a una visione industrialista tradizionale, basata sulla centralità del conflitto di classe e sul ruolo centrale della classe operaia nella transizione socialista, pur in un quadro di alleanze con il ceto medio. Il PCI nella sua storia ha sempre guardato con sospetto, se non con distacco, alle altre forme di conflitto che le società moderne facevano emergere e che non fossero chiaramente riconducibili al conflitto di classe, come la questione razziale: femminismo, pacifismo, ambientalismo, diritti sessuali, spesso considerati “di derivazione borghese”. Berlinguer introdusse alcune aperture timide, parlando di “austerità” e “stili di vita non consumistici” e “al movimento delle donne”. Molto c’era ancora da fare.
Il Congresso di Firenze, a metà degli anni ottanta, segnò l’apertura ufficiale del “fronte ambientalista” all’interno del partito, affrontando nodi cruciali. A sinistra alcuni varchi si erano aperti. Nel 1980 viene fondata nell’alveo dell’ARCI (una storica struttura tradizionale del movimento operaio) la Lega per l’Ambiente, divenuta nel 1982 Legambiente. Molti iscritti e militanti votavano PCI o erano iscritti alla FGCI. Chicco Testa che ne era il Presidente, era iscritto al PCI. Il movimento antinucleare si era diffuso ben prima della tragedia di Chernobyl del 1986 e molti giovani comunisti vi partecipavano, come alle manifestazioni contro la costruzione della centrale di Montalto di Castro o contro il Reattore del Brasimone. Molti intellettuali ambientalisti (a partire dalla mai dimenticata Laura Conti) erano di area comunista.
In quegli anni Fabio Mussi, è stato uno dei rari politici che ha affrontato i problemi dell’ecologia e del rapporto tra politica e natura, tra i primi a sinistra a spingere con forza per l’integrazione del pensiero ambientalista nella cultura di governo. Tra i tanti interventi, ecco uno stralcio di quello al Congresso di Firenze, quando disse che «l’ambiente non è un capitolo: è la lente con cui guardare il mondo»: «Dobbiamo fare una scelta di campo netta, culturale prima ancora che elettorale o di partito. Per troppi anni la politica ha considerato l’ambiente come una voce da aggiungere in fondo all’agenda, un “capitolo” da consultare solo quando le emergenze — i fiumi in piena, il veleno nei terreni, lo smog nelle città — ci costringevano a farlo. Questo è stato un errore tragico. L’ambiente non è un capitolo di spesa o una delega da affidare a un ministero senza portafoglio: l’ambiente è la lente attraverso la quale dobbiamo rifondare l’idea stessa di sviluppo, di lavoro e di democrazia. Un modello di crescita che distrugge le sue stesse basi materiali — il suolo, l’aria, le riserve idriche, la salute dei cittadini — non è sviluppo, è soltanto una rapina ai danni delle generazioni future. Non si tratta di essere “contro l’industria” o “contro la modernità”, ma di capire che non c’è alcuna modernità possibile entro un pianeta devastato. Se la politica non assume il limite ecologico come parametro fondamentale delle sue decisioni economiche e industriali, semplicemente smette di svolgere la sua funzione ed è destinata all’irrilevanza o alla complicità con il disastro. La sfida della riconversione ecologica non è un’utopia per anime belle. È la chiave di volta sociale per creare nuovo lavoro pulito, per risanare le nostre città, per restituire valore al territorio. Prima lo comprenderemo, prima smetteremo di sprecare il tempo prezioso che la natura non ci concederà all’infinito».
L’approccio dell’ambientalismo scientifico, che puntava a mettere in discussione “il modello di sviluppo” superando i limiti “borghesi” del protezionismo romantico della natura, fu il cavallo di troia culturale con cui il paradigma ambientale entro nella “fortezza teorica” del socialismo europeo. Questo Mussi capì, prima degli altri, nell’establishment di Botteghe Oscure.
Capì che il socialismo operaio e tradizionale stava entrando in crisi e che l’ambientalismo, quell’ambientalismo, era linfa vitale per un partito progressista moderno, specie guardando alle nuove generazioni, all’epoca sempre più distanti dal partito.
La storica presa di posizione di Mussi e del PCI a Firenze anticipò clamorosamente i tempi: poche settimane dopo la chiusura del Congresso, il 26 aprile 1986, si sarebbe verificato il disastro della centrale di Černobyl’, un evento che diede drammaticamente ragione alle tesi ecologiste approvate a Firenze e che cambiò per sempre il dibattito energetico in Italia.
Di lì a poco nel 1987 si tenne il Referendum sul nucleare dove il Partito Comunista Italiano si schierò a favore del Si all’abrogazione delle norme pro-nucleare, pur arrivando a questa scelta dopo un intenso e travagliato dibattito interno che, reduce dal Congresso di Firenze, impegnò il gruppo dirigente sino allo svolgimento del Referendum. Fu un travaglio, come altri di lì a pochi anni, vero, autentico, drammatico, che attraversò il partito per anni.
Negli anni ’50 il PCI pubblicava sulle pagine del Pioniere, una storica rivista settimanale dedicata ai ragazzi, “Atomino”. Le storie un “atomo-ragazzo” nato da un esperimento atomico pacifico (la bomba fa “plaf!” invece di “bang!”). Ha abilità straordinarie (può trasformare la materia o volare) che usa per risolvere problemi sociali, combattere le ingiustizie e promuovere la scienza buona insieme alla fidanzata Smeraldina.
La cultura industriale era il cuore della ideologia comunista, e l’atomo civile era parte di questo racconto, che contava sulla scienza ed il “progresso” per liberare le masse operaie oppresse. In fondo non solo il nucleare stava in questo ambito ma anche la chimica, le auto e il dibattito sull’Autostrada del Sole, la sfida spaziale.
L’acquisizione di una cultura ambientalista non poteva che essere un processo doloroso specie per le generazioni più anziane di militanti e dirigenti.
Fabio Mussi non era nato nella cultura ambientalista. Anzi. Era però un politico che ascoltava, guardava, sentiva. Capì che l’ambientalismo era il futuro, non guardava ai sondaggi e alle elezioni del mese dopo. Un dirigente politico come dovrebbero esserlo tutti, e come ne sono rimasti davvero pochi.
