Palestinismo, psicosi di massa
Negli ultimi mesi, le piazze europee si sono riempite di bandiere, cori, slogan. Non più manifestazioni per la pace, ma cortei che inneggiano apertamente ad Hamas, che giustificano la violenza come “resistenza”, che gridano “Palestina libera dal fiume al mare” con un fervore quasi religioso. A confondere è la varietà dei partecipanti: studenti universitari, collettivi femministi, sindacalisti, preti di base, anarchici, ambientalisti. Tutti uniti da una narrazione che non sembra più politica, ma psicologica.
Come è possibile che l’identificazione con una causa così lontana geograficamente e moralmente così ambigua sia diventata un fenomeno di massa? È una domanda che abbiamo posto al dottor Marco V., psichiatra in pensione, per oltre trent’anni direttore di un centro di igiene mentale.
Dottore, lei parla di “loop psicotico collettivo”. Cosa intende?
Intendo un modo di pensare che ha smesso di avere contatto con la realtà. In un loop psicotico, il pensiero non cerca più di capire il mondo, ma di proteggerlo da sé stesso. È una chiusura. La realtà esterna diventa pericolosa perché può incrinare la coerenza morale del soggetto. Così il gruppo — che sia politico, religioso o militante — si rifugia in una narrazione che si autoalimenta. Ogni fatto nuovo non serve a capire, ma a confermare ciò che si credeva già.
Può fare un esempio?
L’accusa di “apartheid” contro Israele. È un concetto costruito per evocare un’immagine assoluta di oppressione. Se uno va a vedere i fatti — i cittadini arabi che votano, i giudici arabi in Corte Suprema, le università miste — scopre che la realtà è molto diversa. Ma il dato concreto non scalfisce la convinzione, anzi la rafforza: si dice allora che “l’apartheid è strutturale, invisibile, spirituale”. È un modo di spostare continuamente il bersaglio perché la verità non lo colpisca mai.
È una difesa inconsapevole?
Sì, e molto efficace. Quando un fatto contraddice la narrazione, il cervello prova un piccolo shock: è come se il pavimento tremasse. Per non cadere, la mente reagisce allargando il discorso. E così chi difende la causa non risponde al dato concreto — Gaza ha anche un confine con l’Egitto, Israele è uno Stato plurale — ma lo dissolve in una dimensione più ampia: “l’imperialismo”, “il colonialismo”, “l’Occidente colpevole”. È un meccanismo di sopravvivenza psichica: l’angoscia viene trasformata in coerenza morale.
Lei paragona questo atteggiamento a una forma di psicosi. Non è eccessivo?
No, perché la struttura è la stessa. Il paziente psicotico non nega la realtà: la sostituisce. Vive in un mondo che ha senso solo per lui, dove ogni segno conferma l’idea di partenza. Così avviene nelle ideologie chiuse. Non è più questione di opinione, ma di identità. Se cade la narrazione, cade il Sé. È per questo che certe discussioni diventano impossibili: non stai toccando un argomento, stai toccando una certezza ontologica.
E come se ne esce?
Quasi mai con la logica. Nella clinica, un paziente psicotico migliora solo quando comincia a vedere che la sua costruzione non regge più: quando il linguaggio si stanca, quando l’incantesimo si incrina. Anche nella politica succede così. Finché il discorso “resiste”, la realtà può morire fuori dalla porta. Ma quando la narrazione non dà più piacere — quando diventa un peso, una ripetizione vuota — allora qualcuno ricomincia a vedere.
Sta dicendo che la piazza è un sintomo?
Esattamente. È il sintomo di un disagio collettivo che cerca purezza in un mondo che non offre più certezze. Il “palestinismo” è diventato un modo per sentirsi giusti, puri, salvati. Per questo attira persone diversissime: non cercano la Palestina, cercano sé stesse.
Ad esempio quando a Reggio Emilia Francesca Albanese diceva una cosa rivelatrice e per niente banale alla platea radunata per la cerimonia della consegna del Primo Tricolore: ‘La Palestina ci dice chi siamo.’ È vero, ma non nel modo in cui lei intende. La Palestina, oggi, è diventata uno specchio: chi vi si riflette dentro non vede Ramallah o Gaza, ma sé stesso. Non cercano la Palestina, cercano sé stessi, e la cercano nel modo più patologico: attraverso un’immagine che li assolve, che dà loro un posto nel mondo come ‘giusti’. È una psicosi collettiva che sostituisce la realtà con una fiaba morale.
Lo psichiatra si ferma, accende una sigaretta che non dovrebbe più fumare e sorride amaro. «Sa, in fondo — dice — la differenza tra un delirio individuale e uno collettivo è solo la quantità di gente che ci crede.»
[di Rev. Roy Benas]
