7 Novembre 2026
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Trump e i conti in sospeso

La seconda metà del mandato di Donald Trump sarà una presidenza da “anatra zoppa”. Il presidente si trova contro entrambe le Camere del Congresso, con un bilancio 2026 scaduto a settembre e quello 2027 ancora da adottare. Intanto le scadenze si avvicinano.

  • La partita sul bilanciosi giocherà tra negoziati sulla spesa federale e l’ombra del veto presidenziale, ma sarà anche l’occasione per cominciare a immaginare quanto una maggioranza democratica a Capitol Hill potrà incidere sull’agenda Trumpdel prossimo biennio.
  • Uno dei nodi da affrontare sarà la spesa per la difesa: la guerra in Iran ha deteriorato le scorte missilistiche statunitensi. Anche il prossimo Congresso democratico difficilmente potrà ignorare la necessità di ricostituirle, considerato che all’inizio del 2029 mancheranno ancora circa il 20% di Patriot, il 25% di Tomahawk e il 30% dei THAAD per ritornare ai livelli pre-guerra.
  • Anche l’Obamacaretornerà al centro del dibattito politico e di bilancio. Il mancato rinnovo dei sussidi per le assicurazioni sanitarie ha già contribuito a ridurre la popolazione assicurata in tutto il paese di circa 7,6 ogni 1.000 residenti. E il calo nella platea di assicurati rischia di alimentare ulteriori rincari. 
  • Il controllo sui fondi federali potrebbe dare al prossimo Congresso anche un margine (seppure limitato) di azione sul dossier immigrazione. Le politiche restrittive del secondo mandato di Trump sembrano avere contribuito a ridurre anche l’immigrazione regolare, con oltre il 50% in meno di visti rilasciati a studenti e lavoratori tra febbraio 2025 e 2026.
  • I dazipromessi da Trump avrebbero dovuto arginare la crescita del deficit federale ma accordi con i partner e la sentenza della Corte Suprema hanno ridimensionato l’effettivo ammontare delle entrate, comunque oltre che triplicate da circa 70 miliardi di dollari a oltre 250 miliardi.
  • L’amministrazione che si era insediata promettendo più responsabilità fiscale ha invece fatto registrare uno dei deficit più alti di sempre: 2.000 miliardi di dollari (circa il 27% della spesa federale). Un Congresso democratico potrebbe aumentare la supervisione delle spese ma non garantirebbe da solo una maggiore sostenibilità dei conti pubblici. 

Trump ha perso il controllo del Congresso, e il Congresso controlla i cordoni della borsa. Adesso che entrambe le Camere sono state conquistate dai democratici, il bilancio federale diventerà ancora più uno dei principali terreni di scontro della seconda metà del mandato presidenziale. Per finanziare le proprie priorità il presidente dovrà fare i conti con un’opposizione che avrà tutto l’interesse a mettergli i bastoni tra le ruote, o comunque a chiedere qualcosa in cambio.
Il primo appuntamento, però, arriva ancora prima dell’insediamento del nuovo Congresso a inizio gennaio. L’anno fiscale 2027 è infatti cominciato il primo ottobre, ma i finanziamenti provvisori (una sorta di prosecuzione “in dodicesimi” dall’anno fiscale precedente, come si direbbe in Italia) scadono l’11 dicembre. Servirà un accordo, o quantomeno un’altra proroga, per evitare il cosiddetto shutdown, ovvero la sospensione delle attività federali rimaste senza fondi. Già nelle prossime settimane si deciderà dunque quanto del negoziato lasciare in eredità alla maggioranza entrante a gennaio e quanto invece cercare di approvare subito.
Su cosa si scontreranno Casa Bianca e democratici? Ve lo raccontiamo con questo primo grafico, che mostra già una cosa importante: le voci politicamente più contese non sono sempre le più grandi. Nel bilancio 2026 la difesa assorbe il 13% della spesa federale, dunque molto, mentre Obamacare meno del 4% e l’immigrazione appena lo 0,7%. Eppure su tutte e tre queste voci si concentreranno altrettante domande decisive: quanto spendere per ricostituire gli arsenali dopo la guerra con l’Iran, chi sostenere nell’acquisto di un’assicurazione sanitaria e quante risorse destinare alla stretta migratoria.
Il grosso della spesa federale si concentra su protezione sociale e veterani (valgono il 38%) e sulla sanità, che esclusa Obamacare vale un altro 25%. Ma molti dei principali programmi, come Social Security e Medicare, dipendono da leggi permanenti e non vengono rimessi ai voti ogni anno. È quindi più probabile che lo scontro immediato si concentri su capitoli circoscritti ma politicamente esplosivi.
Resta poi una voce che pesa più dell’intera difesa: gli interessi sul debito, che ormai superano il 14% di tutta la spesa federale. Tradotto: il costo del debito accumulato restringe sempre più lo spazio fiscale a disposizione per finanziare gli impegni odierni e futuri. A meno di aumentare ulteriormente il deficit e rimandare, ancora una volta, il momento in cui sarà necessario rimettere a posto i conti.

Tra le spese con cui Trump dovrà fare i conti nei prossimi mesi ci sono quelle per sostituire i missili utilizzati nella guerra con l’Iran. Una necessità che difficilmente i democratici potranno ignorare, ma che offre loro una leva per condizionare le scelte del presidente. Tanto più che ricostituire le scorte richiederà buona parte di ciò che resta del suo mandato, e in alcuni casi anche di più.
Ammesso che Trump non decida di riavviare la guerra all’Iran nei prossimi giorni dando ulteriormente fondo all’arsenale statunitense, all’inizio del 2027 gli Stati Uniti avranno a disposizione circa tre quarti dei Tomahawk che possedevano prima della guerra e poco più della metà degli intercettori Patriot e THAAD. E ancora all’inizio del 2029, quando Trump si appresterà a lasciare la Casa Bianca, nessuna delle tre scorte sarà tornata ai livelli precedenti al conflitto: mancheranno ancora circa un quinto dei Patriot, un quarto dei Tomahawk e il 30% dei THAAD.
Per l’amministrazione Trump questo è un grosso problema, perché mette in discussione la capacità di azione americana anche al di fuori del Medio Oriente. Le munizioni consumate contro l’Iran sono infatti spesso le stesse su cui Washington dovrebbe contare in caso di conflitto con la Cina. E la produzione deve soddisfare anche le richieste degli alleati, che acquistano dagli Stati Uniti una parte dei propri armamenti.
Un Congresso democratico avrà quindi buone ragioni per finanziare il ripristino delle scorte. Ma in cambio potrà chiedere maggiore controllo sulle operazioni che ne hanno reso necessario l’utilizzo, così come sulle risorse da destinare a eventuali nuovi impegni militari. Un modo, forse l’unico, a disposizione del Congresso per cercare di condizionare (e soprattutto di limitare) le azioni di Trump in politica estera.

Un altro terreno di scontro riguarda la sanità, e in particolare il futuro dei sussidi federali previsti dall’Affordable Care Act (ACA), meglio noto come Obamacare. La riforma del 2010 ha ampliato l’accesso all’assicurazione sanitaria a milioni di americani, introducendo crediti d’imposta commisurati al reddito e creando i cosiddetti marketplace, mercati assicurativi regolamentati utili per confrontare e acquistare le polizze e, in caso di idoneità, usufruire dei sussidi federali.
Alla fine del 2025 sono però scaduti i sussidi rafforzati introdotti dall’amministrazione Biden nel 2021 e prorogati nel 2022. Il mancato rinnovo ha contribuito all’aumento dei premi per i beneficiari e a un conseguente calo degli iscritti. Tra febbraio 2025 e febbraio 2026, il numero di persone assicurate è sceso di circa 7,6 ogni 1.000 residenti a livello nazionale. Ma il calo non è stato uniforme: in alcuni Stati (per lo più vinti da Trump nel 2024) si sono persi oltre 28 iscritti ogni 1.000 residenti.
La riduzione degli iscritti rischia inoltre di far aumentare i premi assicurativi per chi mantiene le polizze: le compagnie assicurative prevedono un aumento mediano del costo dei premi per il 2027 di circa il 15%, dovuto sia all’aumento dei costi delle prestazioni mediche, sia alla riduzione della platea di assicurati.
Il prossimo Congresso si troverà dunque a dover decidere se ripristinare i sussidi rafforzati e, se sì, per quanto tempo finanziarli. Già dallo scorso anno, i democratici hanno fatto del ripristino permanente dei sussidi ACA una delle loro priorità politiche. Sul fronte repubblicano, invece, il OBBB (One Big Beautiful Bill) spinge nella direzione opposta, avendo introdotto nuove restrizioni all’accesso ai sussidi con effetti già nei prossimi due anni. Lo scontro sarà quindi rovente: la nuova maggioranza democratica tenterà infatti di salvare o rafforzare proprio quella riforma sanitaria che Trump aveva promesso di smantellare.

Difficilmente conciliabili appaiono anche le posizioni di repubblicani e democratici sull’immigrazione. Tanto il primo quanto il secondo mandato Trump sono stati caratterizzati sin dall’inizio da una linea restrittiva, e in effetti gli ingressi irregolari dalla frontiera sud con il Messico, già in calo sul finire della presidenza Biden, sono crollati da quando Trump è diventato presidente. E la politica più aggressiva sui rimpatri si è tradotta nella pratica in un’intensificazione di operazioni di arresto e rimpatrio negli Stati Uniti, sostenuta dall’ampliamento delle risorse destinate all’ICE (Immigration and Customs enforcement).
Ma a essere colpiti dalle politiche di Trump durante questo mandato sono anche gli stranieri che chiedono di entrare legalmente negli Stati Uniti per lavorare o studiare. Tra febbraio 2025 e febbraio 2026, il rilascio di visti per studenti e lavoratori qualificati (H-1B) è fortemente calato (-54% per i visti agli studenti e -56% per i visti H-1B e dipendenti), complici l’inasprimento delle verifiche sui richiedenti, inclusi i controlli sui profili social, le sospensioni temporanee degli appuntamenti consolari e le nuove restrizioni sui visti lavorativi. Tra queste ultime, il requisito di pagamento di 100.000 dollari per alcune nuove richieste H-1B, introdotto a settembre 2025 e bloccato in tribunale a giugno 2026.
Quanto può cambiare con un Congresso democratico? La nuova maggioranza potrà aumentare i controlli sull’operato dell’amministrazione e tentare di condizionarne le scelte limitando o imprimendo direzioni diverse ai finanziamenti federali. Ma questi tentativi si scontreranno con diversi ostacoli. Innanzitutto, una parte consistente delle risorse aggiuntive per il contrasto all’immigrazione è già stata stanziata su base pluriennale. E mentre l’attuazione delle politiche sull’immigrazione resta in larga misura nelle mani dell’esecutivo, qualsiasi riforma legislativa dovrà fare i conti con il veto presidenziale.

Una delle “armi” più utilizzate da Trump nei primi due anni del secondo mandato è stata la politica commerciale, in particolare l’imposizione o la minaccia di nuovi dazi. Nonostante quelli annunciati ad aprile 2025 fossero stati presentati come uno strumento per ridurre il deficit commerciale statunitense, il presidente non ha esitato a ricorrervi anche per portare avanti obiettivi di politica estera o per spingere imprese e governi stranieri a investire negli Stati Uniti.
La politica di imporre dazi è una competenza costituzionalmente attribuita al Congresso, ma proprio il Congresso nel tempo ne ha delegata una parte al presidente. Per introdurre i dazi più estesi Trump aveva fatto ricorso al l’International Emergency Economic Power Act (IEEPA), una legge che conferisce poteri straordinari al presidente in caso di emergenza nazionale. Una forzatura che la Corte Suprema ha bocciato a febbraio 2026, stabilendo che quella legge non autorizza il presidente a imporre dazi e obbligando il Tesoro a rimborsare gli importatori che li avevano pagati fino a quel momento.
Il risultato rimane un bicchiere mezzo pieno. Se il gettito medio prima del “Liberation Day” di aprile 2025 si aggirava intorno ai 70 miliardi l’anno, da quel momento aveva superato i 300 l’anno. Di questi, però, più della metà è stata o dovrà essere rimborsata dall’amministrazione. Con la “toppa” trovata da Trump quest’estate, il new normal si dovrebbe attestare intorno ai 250 miliardi l’anno. Un aumento sostanziale, ma questo flusso non basterà a ridurre il deficit federale, che anzi si stima crescerà di 90 miliardi l’anno nel prossimo decennio.
Al Congresso, finora Trump ha potuto contare su una maggioranza repubblicana che ha evitato di ostacolarlo. Il nuovo Congresso democratico potrà tentare di limitare i poter i commerciali del presidente, ma anche in questo caso dovrà fare i conti con il suo veto. A Trump restano altri strumenti per tentare di imporre nuovi dazi, per esempio per ragioni di sicurezza nazionale o per rispondere a pratiche commerciali scorrette. E non si può dimenticare che anche una parte dei democratici potrebbe non essere così ostile alla retorica della protezione dell’industria statunitense attraverso i dazi.

Nel frattempo, il debito pubblico americano continua a crescere, gonfiato dai deficit e dalle crescenti spese per gli interessi arrivate a oltre 1.000 miliardi di dollari, che assorbono circa il 14% della spesa federale. Eppure, durante la campagna elettorale Trump aveva fatto promesse ben diverse: contenere la spesa pubblica tagliando gli “sprechi” grazie anche al DOGE, il Dipartimento per l’efficienza governativa, guidato da Musk, e aumentando le entrate. Dopo due anni, è difficile parlare di promesse mantenute: nell’anno fiscale 2026 il deficit federale ha sfiorato i 2.000 miliardi di dollari, oltre 200 miliardi in più dell’anno precedente.
Il deficit registrato lo scorso anno è stato superato solo in periodi particolarmente complessi come la crisi finanziaria del 2008 e la pandemia da Covid-19, quando Washington era dovuta intervenire per evitare un collasso economico. Il problema è che oggi gli Stati Uniti non si trovano in una situazione economicamente emergenziale come allora, eppure, nel 2026 per ogni dollaro di speso dal governo federale oltre un quarto era finanziato a debito.
Insomma, le promesse di Trump si sono scontrate con la dura realtà dei conti pubblici. I risparmi annunciati dal DOGE sono passati da essere 2.000 miliardi poi 1.000 miliardi, fino a 250 miliardi. Il maggiore gettito che avrebbero dovuto generare i dazi non è stato sufficiente a compensare l’aumento della spesa. Del resto, sono le grandi voci di spesa, difficili da tagliare, come previdenza sociale, sanità difesa e interessi sul debito, a pesare quasi per l’80% sul bilancio federale. E il problema rischia di entrare in una spirale dove maggiori deficit alimentano la spesa per interessi che, secondo il CBO (Congressional Budget Office), potrebbe più che raddoppiare entro il 2036 arrivando a rappresentare quasi un quinto della spesa pubblica.
Il tempo stringe. Il debito pubblico statunitense ha già sfondato la soglia dei 40.000 miliardi e indipendentemente dal risultato delle elezioni, il prossimo Congresso dovrà confrontarsi con una situazione sempre più difficile da gestire. La maggioranza democratica potrebbe ostacolare nuove iniziative di Trump, ma difficilmente riuscirebbe da sola a imporre un cambio di rotta. Nel frattempo, l’orologio del debito continua a ticchettare inesorabile. Come una bomba pronta a esplodere.

[tratto da ISPI – a cura di Giovanni Maria Della Gatta, Giuliana Sarcina, Matteo Villa]