2 Maggio 2026
Sun

Giuseppe Cordoni, Prognosi quoad vitam, Quaderni di Erba d’Arno 2025, a cura di Domenico Lombardi, opere pittoriche e plastiche di Adriano Bimbi, pag. 208.

 

Si legge Racconto in versi 1941-1946 nel sottotitolo e, prima ancora dell’esergo che riporta il salmo 72,7 che confida su pace e giustizia, compaiono opere di Adriano Bimbi, tra cui un piccolo bronzo e foglia d’oro intitolato Il pianto di casa, 2024: nel racconto in versi di Cordoni c’è la sofferenza di persone, animali, cose.

Prognosi quoad vitam, cioè prognosi riservata, ha la forza dei poemi epici: “il poeta torna ad evocare una storia corale: personale e collettiva, quale essa apparve lungo la Linea Gotica allo sguardo di un bimbo sbigottito sotto le bombe – scrive Cordoni in un breve avvertenza – e che in terra di Versilia trovò il suo tragico epilogo proprio nell’eccidio nazifascista di Sant’Anna di Stazzema”.

Le difficoltà perinatali di lui nato nel giugno del ’41, che lo avevano messo a rischio di vita insieme alla madre, un suo handicap deambulatorio per avere subìto il forcipe, sono una sua guerra personale parallela a quella che deflagra intorno: “Nascere in guerra / sempre è già come vecchi / venire al mondo. Hai quattr’anni / e due mesi eppure quanto /l’intero male d’una vita / già t’ha segnato”. Quando si scampa alla morte che ha infuriato su Sant’Anna di Stazzema per il gesto pietoso di un medico tedesco – un umano tra belve – che li ha bloccati durante lo sfollamento, nein, Sant’Anna, nein, vita e morte rimangono sempre appaiate e l’eco delle mitragliatrici non si spegne: “Mitragliano. Là dietro al monte Lieto all’impazzata. / Squarciano bombe a mano case / ed alberi. È un tornado che scoppia / senza nubi. È la purezza / dell’azzurro d’agosto / crivellata”.

La morte si nasconde anche nella bellezza, come in quei fiori di oleandro che nell’agosto del ’45 traboccano di colori e di profumi dai cancelli della Tenuta, ma nascondono l’insidia: “Un te li mette / ‘n bocca, un li ciuccià: en velenosi / i fiori d’oleandro”. Un simbolo forte di bellezza e morte. Ma lui ha solo quattro anni e niente ancora sa del veleno dei fiori, lui ne è attratto perché sembra che gli sorridano.

Vediamo scorrere immagini che continuano a essere attuali: la tragedia degli sfollati che s’inerpicano sul monte con le loro cose strappate via in fretta e le bestie, per fuggire alle “balene / orrende [che]figliano / le bombe”; i bambini lacerati dalle azioni dei grandi, piccoli che non capiscono i bombardamenti di chi viene a liberare: “Dietro ogni bomba, / indifesa v’è una vita / di bimbo svalutata […] Ma il pilota / che svuota la carlinga / non s’immagina / nulla. È un accecato / cresciuto ed educato / a non guardare”.  Chi ha incenerito Hiroshima ha immaginato le conseguenze? “Boato / a cui nessuno può resistere. Di fuoco / ecco il fungo. La cupola / che sale. L’onda d’urto / che tutto via / divora”.

A guerra finita anche i fuochi d’artificio del martedì grasso del ’46 fanno paura: “Subito ti rammentano / i bengala o a grappolo i traccianti / delle bombe”.  Perché la guerra non è mai finita, i segni rimangono sui corpi e nella mente: “Non è certa la festa, / non è certa… Perché la guerra / non è finita… Non è mai / finita”.

In quattordici sezioni aperte da altrettanti haiku, Cordoni non solo ricostruisce liricamente il dramma che ha segnato i primi anni della sua vita, ma estende lo sguardo a tutti i bambini che sono stati e sono ancora vittime di guerra, e implora che si ponga fine allo scempio: “Adulto non lasciarti / accecare dal grido / d’ogni guerra. Al suo scandalo / mai non rassegnarti. È l’ultima / deriva dell’umano. Corromperti / non devi sino a crederlo / un male inevitabile”.

Ma nei versi di Cordoni la bellezza spunta in mezzo al dolore: sono le immagini della Versilia col profumo dei pini e del mare, è il risveglio di un bimbo in una cesta appesa a un albero mentre la mamma lavora nel campo, quella mamma che si deterge il seno dal sudore e calma col latte il suo pianto; c’è quel lavarsi sotto la pompa in cortile prima di andare dal dottore; ci sono gli abbracci della nonna che sanno di terra e d’erba, il mare che appare  in tutta la sua vastità e mistero al bimbo in fuga dalla pianura. Ci sono le volate sulla bici della mamma sul “tratturo tra le vigne che brillano / di guazza” e lei che gli dice: “Dai, Giusè, / tienti forte che famo / vola vola”. Tutto è narrato con realismo pittorico, con la capacità di far sentire suoni e odori, con la musicalità del dialetto perfettamente aderente alle persone e alle situazioni. Con la bellezza di una Natura che resiste anche alla guerra, su cui l’occhio si posa e trova consolazione. Anche il cielo collabora a consolare facendo cadere una neve purificatrice, la prima neve agli occhi pieni di meraviglia del bambino: “Tutto / si spiana nel suo sonno bianco. / È una garza che fascia le ferite, / le addormenta. Ne stempera / il dolore”.

 

 

Marisa Cecchetti

Marisa Cecchetti vive a Lucca. Insegnante di Lettere, ha collaborato a varie riviste e testate culturali. Tra le sue ultime pubblicazioni i racconti Maschile femminile plurale (Giovane Holden 2012), il romanzo Il fossato (Giovane Holden 2014), la silloge Come di solo andata (Il Foglio 2013). Ha tradotto poesie di Barolong Seboni pubblicate da LietoColle (2010): Nell’aria inquieta del Kalahari.