“Gli occhi degli altri” (di A. De Sica, ITA 2025)
Tratto da un fatto di cronaca del 1970, il c.d. “Delitto di via Puccini”, caso di omicidio-suicidio, non vale la pena di soffermarsi troppo a lungo su questo film scombinato, debole di contenuti, voyeuristico. E anche piuttosto mal recitato, fin dall’ingresso in scena di Filippo Timi, in una scena che lo ritrae di spalle su una terrazza sul mare finché … si gira e lo riconosciamo. Timi è il marchese Lelio, ricco e debosciato nobiluomo che vive in una bella villa di un’isola (girato a Argentario e Palmarola), dove ama organizzare grandi feste e festini. Servito da camerieri in livrea, per il suo carattere è temuto e assecondato. In occasione di uno di questi party, Elena (Jasmine Trinca) ne è irresistibilmente attratta, da Lelio, e nasce un amore torbido che costituisce l’asse portante della pellicola. Ma il rapporto diventa ambiguo, lubrico, appunto voyeuristico. Lei, molto spesso nuda, ma con prudenza, e secondo noi non a suo agio, si rivela come propensa ad incontri occasionali, un tempo in psichiatria la si sarebbe definita ninfomane, ai quali assiste tra il compiaciuto e geloso Lelio. Il rapporto peggiora, la trasgressione si incancrenisce e diventa prigionia. Seppur combattuta Elena capisce di non poter avanti la sua storia, quando incontra un altro uomo.
Facciamo fatica a trovare pregi a Gli occhi degli altri, pretenzioso, irritante, mal sceneggiato, recitato da un Filippo Timi sovrattono, accigliato o sorridente o incazzato come padrone della villa ma sempre piuttosto prevedibile ed eccessivo.
Scene memorabili: Lelio e Elena che, sfacciatamente allontanatisi da una festa durante la quale si incontrano per ka prima volta, si stuzzicano a vicenda (diceva Paolo Conte in Boogie: quei due sapevano a memoria dove volevano arrivare) con un fucile tra le mani che li aiuta a entrare in confidenza: una scena vistosamente destinata ad avere una carica erotica che in realtà è pari a zero. E poi certe scene di ballo di gruppo con travestimenti ridicoli (siamo a fine Anni Sessanta), i richiami letterari e gli omaggi cinematografici di cui la critica parla (Germi, Hitchcock) se esistono peggiorano la situazione. Un film vagamente tintobrassiano ma con molto meno talento di quello che sapeva sfoderare l’ormai novantenne regista milanese. La morbosità e l’ossessione, due elementi dell’esistenza umana che hanno fatto parte del grande cinema, stavolta non pagano. Il premio “Monica Vitti” attribuito a Jasmine Trinca al Festival del cinema di Roma non è un gran segnale: con tutta la stima per un’attrice tra le più ammirate del cinema italiano, e una donna intelligente e colta.
Si veda questa intervista a Rolling Stone Italia: https://www.rollingstone.it/cinema-tv/interviste-cinema-tv/jasmine-trinca-a-me-gli-occhi/1021984/
Voto: 5
