Alessandro Giusti, Vita di scuola, Giovane Holden Editore 2026, pag. 104.
“Ho cominciato a insegnare nell’Ottantacinque, facendo due conti sono quarant’anni. Ho partecipato a una venticinquina di esami di Stato, esame più, esame meno. Da commissario interno, esterno e da presidente.” In quattro decenni ne ha visti di cambiamenti nella scuola Alessandro Giusti, a seconda della fantasia dei vari ministri che si sono alternati alla Pubblica Istruzione, che ora non si chiama più così. Comunque, scrive Giusti, “a me continua a sfuggire la logica dei continui cambiamenti ma forse sono io a non coglierla.” L’esame di Stato o esame di Maturità che dir si voglia, è quello su cui si accaniscono di più i cambiamenti.
Dire che in pochi decenni, in ogni aspetto della vita e della società ci sono stati più cambiamenti di quelli che sono avvenuti nell’arco di qualche secolo, è diventato un luogo comune, perciò anche la scuola non è più quella che abbiamo frequentato nella seconda metà del secolo scorso – decennio più, decennio meno. Sono arrivati strumenti nuovi, si sono ascoltate e si è data risposta a tutte le esigenze degli utenti che richiedono piani educativi personali, ma soprattutto sono cambiati gli studenti – per rapidità non userò il maschile e il femminile.
Quelle difficoltà che prima ogni insegnante risolveva con i suoi strumenti e la sua creatività, pensando magari sulla strada di ritorno: cosa mi invento per Pierino che legge a stento? Che cosa per l’ortografia di Pierina? E per quelle lettere che vanno su e giù, fuori riga e fuori regola? L’insegnante cercava soluzioni individuali, faceva gruppi di lavoro misti, cercava, trovava… e alla fine del percorso qualcosa era senz’altro cambiato in meglio.
Ora si è corsi ai ripari, nelle classi ci sono percorsi a varie velocità – del resto come prima – ma documentati, certificati. “In ogni caso i docenti devono destreggiarsi tra gli acronimi come gli sciatori tra i paletti in uno slalom, con la differenza che si aggiungono sempre nuovi paletti (acronimi) e la gara si allunga. Vediamone alcuni insieme alle situazioni che pretendono di ingabbiare. Solo per le esigenze individuali abbiamo incontrato i pei, i pdp, i PFP, i bes, i dsa, i glo, ma se pensate che gli acronimi siano finiti vi sbagliate, ne stanno arrivando altri. Ci sono i gli, da non confondere con i glo. […] E poi le dislessie, le disgrafie, le discalculie certificate con leggerezza e che siamo diventati, tutti dis-qualcosa?”
Per approfondimento rimando alla curiosità personale; per lo svolgimento delle lezioni nel rispetto dei diritti certificati, si rimanda alla pazienza dei docenti.
Sono cambiati gli studenti. La tecnologia non ha portato in classe solo le lavagne interattive multimediali, le lim, ma ha portato il cellulare nelle tasche dei ragazzi, e ogni intervento ministeriale che lo vieti in classe provoca quasi crisi di astinenza: “La differenza rispetto al passato però esiste e riguarda la possibilità di poter avere in tasca uno strumento di distrazione continua: il cinema, la televisione, lo schermo del pc rimanevano a casa, il telefono è sempre con noi.” Di qui l’abitudine alla connessione continua, alla consultazione compulsiva.
Comunque va riconosciuto che “Oggi non è più possibile fare a meno degli strumenti tecnologici: il registro cartaceo è stato sostituito da quello elettronico, le comunicazioni tra docenti avvengono via mail, i colloqui con i genitori in molte scuole sono online, per le lezioni, come dicevo, si usa la lim. Un’accelerazione nell’uso delle tecnologie è stata data dal Covid che, almeno in questo caso, ha avuto un effetto positivo.”
Senza dubbio ci si trova davanti a una generazione con maggiori fragilità emotive, soprattutto dopo avere attraversato la fase del Covid che ha creato enormi disagi ai ragazzi e ha richiesto salti mortali agli insegnanti. Ma sono cambiate anche le famiglie, e non in meglio, perché in famiglia “Il bambino si trova ad aver trascorso l’intera infanzia al centro dell’attenzione di molti adulti tutti concentrati a esaudire ogni suo desiderio. Immedesimiamoci in un ragazzino filmato in ogni competizione sportiva al pari di campioni affermati, o immortalato nelle recite scolastiche che neanche un divo di Hollywood.” Sarà meno capace di elaborare una sconfitta, un brutto voto, perché ora i figli non sono stati abituati al superamento delle difficoltà.
“È risaputo, ed è ormai un luogo comune, il fatto che i genitori abbiano assunto progressivamente il ruolo di difensori a oltranza dei figli. Se da un lato questo tipo di atteggiamento può rappresentare un doveroso richiamo al rispetto dei diritti degli studenti da parte degli insegnanti, dall’altro lato si vengono a creare situazioni a volte incredibili.” Alle prime difficoltà nella scuola scelta o nel rapporto con un insegnante, i genitori partono in quarta a difendere i figli: “Ci sono genitori, infatti, che sembrano vivere attaccati al registro elettronico come fosse un respiratore a ossigeno per un malato d’asma” e “non passa giorno che non arrivi una telefonata con la richiesta del cambio di istituto.”
“Trattare in modo diverso le situazioni diverse è un principio sacrosanto, addirittura un fondamento della Repubblica sancito dall’articolo 3 della Costituzione. È altrettanto vero però che il proliferare delle esigenze individuali crea un clima in cui ognuno è portato a rivendicare diritti, a pretendere trattamenti differenziati. Il lavoro per i docenti si è complicato molto da questo punto di vista e i conflitti aumentano. […] Purtroppo, il rischio è che la burocrazia si mangi l’umanità.”
Alessandro Giusti ha avuto ruoli di grande responsabilità nella scuola, oltre all’insegnamento. Ha conosciuto una varietà incredibile di insegnanti, più o meno rigidi, più o meno rispettosi della burocrazia, più o meno capaci di coinvolgere i ragazzi, più o meno ansiosi, ma riconosce che nella loro differenza tutti hanno svolto con dignità il loro lavoro.
Vita di scuola è una lettura importante per tutti: docenti, genitori, ragazzi, anche per chi tende a sminuire il lavoro degli insegnanti. Ha lo sguardo attento, analitico, critico ma carico di passione, ironico senza essere offensivo, di chi la scuola la ama e ne conosce l’enorme funzione educativa. E soprattutto, al di là di ogni problema, cambiamento, pratica burocratica, riconosce che “l’efficacia dell’insegnamento [che] dipende, in più larga parte, dalla capacità di trasmettere passione, fornire stimoli, essere equilibrati nei giudizi, essere autorevoli e non in balia di studenti agitati.” Servono passione, ma anche volontariato e spirito di servizio.
Si può fare qualcosa? “L’istituzione ha risposto ai cambiamenti cercando di personalizzare la didattica alle esigenze individuali senza cambiare la struttura su cui si fonda. Si sta rischiando l’implosione perché non riusciamo a cambiare la struttura che forse non è adeguata a questi tempi.”
