12 Agosto 2026
Culture Club

Caos futuro

Il Festivalfilosofia di Modena sceglie ogni anno il concetto, rappresentato da una singola parola, che dovrebbe interpetrare gli avvenimenti dell’anno in corso. Per il 2026 è stata scelta la parola caos. Roberto Esposito e Massimo Cacciari, per indagare le dinamiche del presente, hanno, poi, intitolato il loro nuovo libro Kaos. Dunque, partiamo proprio da questo caos. Nella scienza il caos indica la caratteristica di un sistema strutturalmente imprevedibile, mentre con la parola complessità si fa segno alla ricchezza delle interazioni di un sistema. Posto che oggi siamo nella complessità, ne dobbiamo dedurre che a causa delle relazioni (connessioni e condivisioni) divenute davvero elefantiache, il sistema non può più essere né previsto né calcolato e neppure misurato. Esso (si) lascia andare (a) se stesso. Ma se manca la misura, manca pure il metodo. In definitiva: il metodo è la misura. Per cui manca qualsiasi chiarezza e distinzione. Quello che c’è invece è oscurità e confusione. Come spiega bene Cacciari, nessuno ci ha mai detto che il kaos debba generare, prima o poi, qualche specie di ordine. Può generare benissimo altro kaos.

Quale futuro, dunque?

Seguendo il filo esile e tenue di questo mio spicciolo ragionamento, o l’Apocalisse o quale tipo di Nuovo Ordine Mondiale, del tutto inimmaginabile al momento.

E nel mezzo?

Nel mezzo ci siamo noi.

Nella Seconda Lettera ai Tessalonicesi (al capitolo 2), San Paolo introduce la figura del kathecon. Il potere che frena il caos definitivo (l’Apocalisse) e che, allo stesso tempo, “allontana” ogni possibile salvezza. Una figura ambigua, come Giano. Infatti, questo kathecon allontana la lotta finale (tra il Cristo e l’Anticristo con la vittoria del Cristo e quindi la resurrezione in carne dei morti) e, in questo, esso agisce negativamente.

Ma, nello stesso tempo, allontanare l’Armageddon vuole anche dire creare attrito e trattenere tutto il male che potrebbe giungere a noi oggi, attraverso l’avvento dell’Avversario (Anticristo è voce più tarda, non di San Paolo comunque) qui e ora, subito, oggi. Ma ambiguità si mischia ad ambiguità. Infatti frenare il male non vuol dire annullarlo o eliminarlo – la lotta comunque avverrà. Per cui noi, in quanto questo kathecon, viviamo in una quasi-realtà, in un come-se, in un piuttosto.

In questo per-lo-più stiamo assistendo a quella che Maurizio Ferrais ha chiamato la «realytizzazione della realtà»; insomma a quel processo per cui «la realtà è diventata un reality». All’interno di tale cybersfera la cosiddetta post-verità afferma, conferma e attesta il motto di Orazio Video meliora proboque, deteriora sequor. «Vedo e approvo il bene, ma seguo il peggio». O il meno peggio, il male minore. Oppure, con linguaggio televisivo, potremmo anche tradurre: «So che esiste la cultura, ma seguo il trash».

Dunque: eliminare la lotta, vuol dire seguire il più-o-meno, il così-così, alla-meno-peggio. In questo pressappoco quale futuro è possibile?

Nel 1967, Alexandre Koyre titolava un suo volume Dal mondo del pressappoco all’universo della precisione. Seguendo questa strada dal caos  si potrebbe uscire ricercando una qualche nuova “precisione”. Attraverso idee chiare e distinte si potrebbe rischiare il buio e dipanare il confuso. La domanda è: come si è passati dalla fisica qualitativa e approssimativa di Aristotele a quella di Newton e di Galileo? Koyre risponde: accorgendosi che la realtà è scritta in termini matematici. Quello che ci occorre, oggi, è di ricercare nella realtà il suo proprio linguaggio. Occorre divisare il quale futuro? attraverso un’analisi del presente ferrea e scevra da pregiudizi o da mitologie. Tale è è la strada positiva. La strada negativa ci conduce, come detto, a un altro caos – in questo senso, il quale futuro? è costituito dall’Apocalisse. La fine del mondo.

Se investighiamo ulteriormente la strada positiva ci rendiamo conto che ogni analisi ha bisogno di una sintesi; in termini politici e ricordando quello che si diceva agli esordi del Movimento Cinque Stelle in Italia: «alla protesta deve seguire la proposta». Dall’analisi dei fatti si deve passare alla concreta proposta assiologica. Dunque: quale futuro? adesso, diventa una domanda diversa: quale proposta di futuro? Faccio due esempi. Se dalla mia analisi del caos attuale emerge che il linguaggio parlato dalla realtà è quello del transeunte, del fuggevole e del precario (il linguaggio del consumismo, dei consumi e del neoliberismo, per intenderci), allora io posso proporre il ritorno o l’avvento (inedito) di qualcosa che duri. Il lavoro, oggi, è precario. Si dovrebbero introdurre nuovi contratti a tempo indeterminato. La precarietà si combatte rendendo stabile il transitorio, cioè: il movimento. Ma cosa incapsula il movimento? Una narrazione (che è sempre un «tra» un inizio e una fine). A metà c’è il racconto, il racconto di un certo transito, nel quale, a lettura finita, è possibile, pure, rinvenire un senso. Questa strada positiva del quale futuro? ci porta, allora, al ripristino di quei «Grandi Racconti» dei quali Jean-François Lyotard aveva decretato la fine. Ma, ed eccoci al secondo esempio, se non fosse una «narrazione» che cosa d’altro potrebbe incapsulare il movimento e, così, salvarci? Una legge della fisica decreta che V=s/t. Nel nostro caso: lo spazio è quello globale equivalente all’esatta superfice della terra; approssimativamente 510 milioni di km². Il tempo, lo si sa, è just in time, il «tempo reale» dell’attimo. Applicando la formula testé ricordata si avrebbe che la velocità (e quindi, il movimento) assumerebbe, come valore,  un concetto fisico tendente all’infinito. Si può incapsulare la globalizzazione con concetto di infinito. Ovvero di ciò che non ha limiti. Ma, ciò che non ha limiti nel mondo Greco veniva chiamato hybris, la «tracotanza». The time is out of joint, diceva il principe Amleto da qualche parte. Per assistere all’avvento di una possibile risposta positiva alla domanda quale futuro? occorrerebbe rimettere questi nostri «tempi» nei loro cardini. Dare forma all’informe. Che per Friedrich Nietzsche voleva dire accettare il caos e, tramite la volontà di potenza dell’Oltreuomo, trasvalutare tutti i valori al momento esistente e crearne così di nuovi. In totale assenza di Superuomini o Oltreuomini che dir si voglia, siamo costretti a cercare un motore («Umano, troppo umano»,  diceva lo stesso Nietzsche) che possa realizzare tutto ciò… Ora, ogni valore nasce dalle interazioni tra le persone, il mercato e la cultura. Ogni valore nasce dal cuore della società. La società dovrebbe farci uscire dal caos.

Queste due diverse forme di declinazioni di possibili risposte (positive) all’interrogazione sul quale futuro? attengono la prima alla messa in atto di una qualche nuova narrazione, la seconda alla nascita di un nuovo tipo di società. La prima risposta è di ordine culturale, la seconda sociale. Pare proprio che la politica, a questo punto in cui è arrivato il caos, non possa proprio farci più niente.

Gianfranco Cordì

Gianfranco Cordì (Locri, 1970), ha scritto dodici libri. E' dottore di ricerca in filosofia politica e giornalista pubblicista. Dirige la collana di testi filosofici "Erremme" per la casa Editrice Disoblio Edizioni. Dirige le tavole rotonde di filosofia del Centro Internazionale Scrittori della Calabria.