Premiato Roberto Veracini, il poeta di Volterra
La giusta e corretta polemica di intellettuali e di artisti contro gli eruditi locali, da Bianciardi a Cassola a Manganelli, non c’entra niente con la forza, l’importanza e la centralità che la piccola Patria, la Heimat (il termine rimanda alla radice germanica haimaz, che, originariamente, significava “villaggio” o “dimora”, insomma “tetto natio”) ha nella produzione, nel gusto, nelle emozioni dei narratori, dei pittori, dei poeti. Isaac Singer, in un suo scritto cardine, teorizza il nesso profondo e insostituibile che deve esserci tra cultura e il luogo delle origini:”Proprio come una pianta ha bisogno, per crescere, di terra e acqua, gli artisti devono restare fedeli al loro ambiente personale, alla loro giovinezza, al folclore della loro terra, e alla linfa che nutre le fantasie della loro gente. Non ci sono artisti internazionali, e non ci sono artisti che creano traendo tutto da sé . Gli artisti, come le piante, devono avere radici e più è profondo il terreno più lo sono le radici. L’arte è l’opposto dell’analisi. A volte bambini prodigio di cinque anni mostrano grandi doti matematiche. Ma non esistono prodigi simili nella letteratura o nella pittura- nemmeno nella composizione. Nel momento in cui l’arte si stacca dalla sua terra diventa tecnica, difficile, pretenziosa e noiosa”(Isaac Bashevis Singer, A che cosa serva la letteratura? Adelphi, 2025). Nella stessa direzione va anche Cesare Pavese. Così afferma nella “Luna e i falò” :”Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”. Chi studia in modo serio la letteratura, quindi, vede subito un aspetto cardinale del sistema creativo: lo stesso amore ancestrale che finisce sempre per educare alle luminose geometrie della bellezza, per trasformare i suoni, i miti e le leggende, la musicalità del linguaggio, la profondità comunicativa dello sguardo, delle mutazioni del volto, dei gesti, questo amore, questa complessa passione antica, dicevo, nascono solo da quel mondo che si rivela a noi fin dal nostro primo momento coscienziale, che ci raggiunge da tutto ciò che ci circonda. Quindi la vita quotidiana, la musica, l’identità di un luogo si possono cogliere come caratteri identitari in tutti i grandi scrittori e, in particolare, in quelli che non hanno avvertito la Heimat come un patetico piccolo mondo antico, ma come ricchezza identitaria senza la quale la Storia, con la esse maiuscola, non si può né capire e né affrontare. Parlo di Beppe Fenoglio, di Giorgio Caproni, di Pier Paolo Pasolini e ovviamente anche di Carlo Cassola che parla poco di Roma, dove è nato, e molto di Cecina e di Volterra dove si è formato. Tutto questo per dire che la poesia, universale, di grandissimo respiro, innovativa, maturata nel corso del tempo, ritoccata, ripensata, volta a cogliere anche le petit nuance dei grandi temi del mondo in cui viviamo, la discriminazione, gli esodi per fuggire dalla morte, l’infamia della guerra, lo stare dalla parte di David e degli ultimi della terra, quella poesia che Roberto Veracini esprime e che la critica e la sua tenacia hanno portato a essere centrale, avvertita e studiata e citata, dal parlamento europeo alle riviste sofisticate dove si discute di lessico e di esegesi testuale, è sempre rimasta qui dove è nata. Dunque la sua produzione originale, la sua lingua, i suoi sguardi, i suoi “correlativi oggettivi” abitano, sono dentro la nostra storia e la nostra identità. Questo a dimostrazione che il provincialismo non è legato al luogo di ambientazione, non è caratterizzato dalla presenza di quella specificità che Gianfranco Contini ha chiamato post grammaticale, dall’esito dei suoni che rimandano a una precisa angolazione geografica. Il provincialismo è figlio del vezzo, della vacuità che fa scrivere, a qualche snob, ridicolo e imbarazzante, sulle biografia ufficiale sventolante in bandella: “vive tra Firenze (o Volterra o Milano) e New York”; il provincialismo si nasconde nel raccontarsi come fenomeni, come acrobati da salotto piccolo borghese, nell’essere parodie di personaggi costruiti per essere solo gli “animatori turistici” della propria vanità. Il provincialismo è aver paura di raccontare la grandezza o la pochezza o la disperazione o la fantasia del proprio popolo, fuori da ogni compiaciuta leggenda, sentita come mitica solo per mancanza del senso della misura, solo per la disgrazia di essere pensatori in apnea. Diciamo che Volterra poi, per la sua non ordinaria caratterizzazione, nemmeno nel sistema raffinatissimo delle città d’arte, non ha bisogno di pubblicità dozzinale da parte dei suoi artisti. Per i motivi che ha indicato il poeta Loretto Rafanelli, in una sua splendida recensione su una delle raccolte più intense di Roberto, Via de’ Labirinti. Sentiamolo: “[Volterra] è un luogo che incanta, che ha raccolto l’emozione dei suoi visitatori, l’amore dei poeti, come appunto D’Annunzio, dei pittori come Rosso Fiorentino, Pieter de Witte, Luca Signorelli o del narratore Cassola. Volterra è una città che rapisce e strema per la sua medievale bellezza, per il suo ruvido, orgoglioso isolamento, per la sua distanza culturale e geografica da tutto, che la fa unica e insidiosa, melanconica e terrigna. Personalmente la sento come una scossa intima, come un luogo dalla storia infinita, come una città sospesa nella vertigine, segreta e universale”. Non a caso i nostri artisti meno periferici, quelli davvero interni al lungo e difficile viaggio attraverso l’arte contemporanea, come Raffaello Consortini, Mino Orzalesi, Mino Trafeli e Mauro Staccioli, per fermarsi a qualche nome, hanno costruito un intenso rapporto dialogico, fatto di passione e di identità sentita, con le caratteristiche della nostra città: la dimensione claustra delle mura, il carattere dedalico, di geometria aracnica, dei vicoli che si raccordano tra di loro, si avvertono, si ascoltano e costruiscono uno schema rastrematico con le piazze e con la Piazza e, poi, l’improvvisa irruzione della luce degli orizzonti che sanno di roccia e di mare. E potrei aggiungere la materia, le pietre di cui Volterra è fatta. Questo per sottolineare che la “dimensione miracolosa” della produzione poetica di Roberto, la sua sincerità, il suo essere vera e semplice, complessa e pura al tempo stesso, è riuscita a divenire una tessera del mosaico lirico della contemporaneità perché è riuscita a dire, a testimoniare, senza pontificare, fuggendo e liberandosi da ogni intentento predicatorio e didascalico. Non a caso dentro l’aurea filigrana delle diverse raccolte di Roberto ( da La ragazza in bianco pubblicata nel 1985, per Cesati quando il poeta non era nemmeno trentenne, a “Ma di ogni cosa resta un poco” uscita nel febbraio 2025) si scorge la presenza di un’articolata rete di fonti letterarie, dal simbolismo francese a quella fulgida e profonda lirica italiana che, nella sua trasparenza, nel suo vivere nel tempo della classicità e della mutazione, sembra conservare le orme foniche di un’antica vocazione spirituale, di una accurata speleologia dell’anima: Sergio Corazzini, Giorgio Caproni, Mario Luzi. Poeti, occasioni di lettura, curiosità culturali, insomma tutta la complessa avventura intellettuale di chi avverte il mestiere di poeta come originalità, conoscenza, curiosità, voglia di rileggere se stessi dentro la piena avventura, lunare e solare, della vita e dell’impegno a esserCI con il coraggio e la dignità di chi conosce la forza immensa del pensiero quando sa convivere con la fragilità delle emozioni.
