Addio al gigante Guccini
“Ma che piccola storia nobile, mi tocca raccontare”. Storpio la frase di una sua canzone per esprimere tutta la mia tristezza e una certa riluttanza a fare un ritratto del padre dei cantautori italiani, colui che più di tutti è riuscito a tenere insieme nelle sue canzoni il tono erudito del poeta, il piglio ironico dell’istrione, la dirittura morale del prete di campagna, la pedagogia popolare dello zio buono, le sferzate critiche del polemista. Guccini è stato un uomo schivo che, a differenza della percezione che ne aveva il pubblico, teneva molto alla propria riservatezza. Eppure lui, più degli altri cantanti e cantori contemporanei, ha rappresentato quasi integralmente se stesso con la propria opera, cioè con le sue canzoni. E che razza di opera è quella che ci ha lasciato questo montanaro nato padano, o padano tornato montanaro.
Guccini è stato un gigante. Si dice così: siamo nani sulle spalle dei giganti. Lui lo è stato. E se all’inizio ho parlato di “piccola storia” è perché ho cercato di adeguarmi allo spirito del suo magistero nell’espletamento della modestia di cui lui era un abile rappresentante, e all’insegnamento a stare masato (si intenda “volare basso”) che gli fu insegnato dal babbo, come spesso ricordava.
C’era tra Guccini uomo e Guccini artista una simbiosi quasi inestricabile. Questo perché egli ha saputo dosare una quantità enorme di autobiografia nei suoi testi. Non mi riferisco soltanto a canzoni che parlano ovviamente in prima persona, come L’avvelenata (“godo molto di più nell’ubriacarmi, oppure a masturbarmi” – per dire) oppure Addio (“io Francesco Guccini, eterno studente”). Anche testi che sono accenni di romanzi di persone reali o immaginarie, tipo Il pensionato, Un vecchio e un bambino, Cencio, Cirano, parlano comunque di lui stesso. Della sua dote di interpretare con un malinconico irrealismo razionale le vicende dell’esistenza. Ad ascoltare questi ritratti in musica si colgono aspetti dell’occhio di Guccini, la sua sensibilità nel trovare, dentro dettagli apparentemente insignificanti, il punto cruciale della vita, come se il verso di un brano potesse aprire a una meditazione saggia e riconoscente sulle cose che accadono. Guccini è stato un filosofo esistenzialista che ha colto tanti attimi di verità nelle sue lunghe ballate. E quanto sono stupende le canzoni d’amore di Guccini? Da Culodritto per la figlia a Vorrei, a quelle precedenti e più contorte, tipo 100 Pennsylvania Ave.
Non voglio qui, fare l’apologia di ciò che, in fin dei conti, lo ha reso famoso, cioè le sue canzoni più gettonate, da La locomotiva ad Auschwitz, da Canzone per un’amica ad Autogrill. Non è Guccini un cantautore che si rappresenta per alcuni successi commerciali, né per qualche sold-out dal vivo. La sua opera abbraccia varie epoche della nostra contemporaneità e per ciascun decennio che ha visto la fine del boom economico, le rivolte del ’68 e poi quelle armate del ’77, il riflusso degli anni Ottanta, la rinascita dei Novanta e tutto il primo decennio del ventunesimo millennio, Guccini ha saputo tirare dritto per la sua strada, non senza contraddizioni, non senza ammiccamenti, ma sempre con un sentimento critico verso gli sbruffoni, l’esercizio malevolo del potere, il bieco interesse personale, il vile razzismo.
Sopra ho parlato di “sue canzoni”, e in verità dovrei dire nostre. Perché Guccini è stato senza dubbio ciò che diceva di sé “un chierico vagante, bandito di strada, non artista, solo piccolo baccelliere, ché per colpa d’altri a volte mi vergogno di fare il mio mestiere”, ma anche un educatore, una specie di pedagogo per adolescenti insofferenti e col fuoco dentro.
A volte si commette l’errore di ricordare una persona famosa attraverso gli incontri che abbiamo avuto con lui. Qui non racconterò gli incontri che ho avuto con Guccini, ma qualcosa che gli somiglia.
Ero su un pullman, negli anni del Liceo stavamo andando in gita non-ricordo-dove, cantavamo a squarciagola le canzoni di Guccini. Il preside che ci accompagnava, uomo dai baffetti sottili, gli occhi piccoli e il riporto dei capelli sulla testa, ci prendeva in giro, dicendo che Guccini era già vecchio ai suoi tempi. Io cantai più forte le strofe di Noi non ci saremo per coprire le sciocchezze che il preside stava propalando. Era l’inizio degli anni Ottanta e le canzoni del primo Guccini erano attuali ancora, dopo venti anni dalla loro ideazione. E provate oggi ad ascoltare la canzone Atomica (“sopra gli alberi che muoiono, sopra i campi che si seccano, sulle mandrie che la bevono, sulle spiagge abbandonate una pioggia che è veleno”).
Ci sono tanti Guccini. C’è quello della canzone-cabaret (prima del teatro canzone di Gaber/Luporini) di Folk Beat nr. 1 e di Opera Buffa; del periodo esistenzialista che parte con Due anni dopo e arriva fino a Stanze di vita quotidiana; c’è quello classico da Via Paolo Fabbri 43 fino a Signora Bovary; c’è quello della riflessione filosofica da Quello che non a Stagioni; c’è quello della narrazione letteraria da Ritrattia L’ultima Thule.
Caro Francesco, grazie per tutto questo! Anche se il tempo andato non ritornerà.
