6 Agosto 2026
Words

Ceuta, Marocco e Spagna. Intervista all’antropologo Habouss

Che cosa è andato in scena a Ceuta?
A Ceuta non si è consumato un semplice fatto di cronaca, ma un dramma umano profondo: la fame di futuro dei ragazzi si è scontrata con confini coloniali ancora aperti e con la ferocia dei trafficanti. Di fronte a tanta crudeltà, la rete reagisce d’istinto con slogan e accuse; eppure, l’unico vero atto di responsabilità è fermarsi, lasciar raffreddare le emozioni e darsi il tempo di capire. Il Marocco ha fatto passi da gigante, diventando un Paese moderno e centrale nel Mediterraneo, ma la sua vera partita si gioca ora: trasformare questa ricchezza in opportunità reali per i propri giovani, affinché non debbano più cercare la speranza al di là del mare.
In questa crisi, direi che Sanchez si è comportato bene e ha gestito la crisi senza strumentalizzarla. La cooperazione fra i due paesi a ripreso a funzionare a pieno regime.

Perché Marocco e Algeria sono rivali e non collaborano?
Oggi, una collaborazione concreta tra i due vicini resta un traguardo difficile da raggiungere, ostacolato da profonde divergenze politiche, geostrategiche ed economiche per la leadership regionale. A queste tensioni storiche si sommano le pressioni del mercato globale della difesa, che trova enorme alimentazione nella continua corsa al riarmo di entrambi i Paesi.
Di fronte a un simile scenario, il prolungarsi della crisi non fa che minare la stabilità del Nord Africa e il benessere di due popoli vicini. La ricerca di una convivenza pacifica rimane, alla fine, l’unica vera strada per garantire uno sviluppo duraturo e una prosperità condivisa a tutta la regione.
La rivalità tra Marocco e Algeria rappresenta uno degli snodi più complessi, profondi e dolorosi del panorama geopolitico contemporaneo. Per comprenderne davvero le radici, occorre sgombrare il campo da letture affrettate e distinguere nettamente il Maghreb dalle dinamiche del Medio Oriente. Mentre gli accordi Sykes-Picot ridisegnarono a tavolino il Vicino Oriente sulle rovine dell’Impero Ottomano, nel Nord Africa la storia ha seguito una traiettoria del tutto singolare.
Il Marocco vanta una continuità statale secolare, non avendo mai subito la dominazione ottomana e avendo preservato nel tempo le proprie istituzioni e la propria identità storica. L’Algeria, al contrario, dopo essere stata inserita per secoli nell’orbita ottomana, è stata trasformata dalla Francia in un’estensione diretta del proprio territorio metropolitano.
È proprio in questa diversa gestione coloniale che risiede una delle ferite più profonde della regione. La Francia, applicando una logica asimmetrica, trattò il Marocco come un semplice protettorato, mentre integrò l’Algeria come un vero e proprio dipartimento francese. Questa distinzione amministrativa favorì una progressiva riperimetrazione dei confini a scapito delle frontiere storiche marocchine: i territori orientali e le vaste distese del Sahara vennero progressivamente annessi al territorio algerino, ritenuto da Parigi un possedimento d’oltremare permanente.
Le mutilazioni territoriali ereditate dall’epoca coloniale hanno lasciato in eredità un contenzioso confinario mai del tutto sanato, trasformando la linea di demarcazione tra Marocco e Algeria in una vera e propria ferita aperta. Questa memoria stratificata, fatta di mappe tracciate unilateralmente e sovranità contese, continua a condizionare nel profondo le relazioni bilaterali, alimentando una diffidenza reciproca che travalica di gran lunga i vecchi schemi ideologici della Guerra Fredda.
Oggi questo confronto storico trova il suo perno centrale nella questione del Sahara marocchino, un dossier che negli ultimi anni ha registrato un’evoluzione diplomatica fondamentale. L’asse del consenso internazionale si è progressivamente spostato verso la posizione di Rabat: un numero sempre più consistente di potenze globali e regionali inclusi gli Stati Uniti, diversi Paesi europei e numerose nazioni arabe e africane ha riconosciuto la sovranità del Regno sul territorio o ha indicato nel piano di autonomia marocchino l’unica soluzione seria, credibile e pragmatica per chiudere la controversia.
Se da un lato questo ampio riconoscimento internazionale ha consolidato la proiezione geostrategica del Marocco nel bacino mediterraneo e nell’Africa subsahariana, dall’altro la mancanza di un dialogo diretto con Algeri e la prolungata chiusura delle frontiere terrestri continuano a paralizzare il potenziale di sviluppo dell’intera regione. L’integrazione del Maghreb uno spazio accomunato da una matrice culturale, linguistica e umana profonda non è dunque un semplice ideale astratto, ma una necessità storica irrinunciabile per garantire stabilità, crescita condivisa e prosperità a entrambi i popoli.

L’exclave di Ceuta che origini storiche ha?
Le origini storiche delle exclave di Ceuta e Melilla (chiamate Sebta e Melilia in arabo) risalgono alla fine del XV secolo, in una fase di profonda trasformazione del Mediterraneo occidentale.
La loro occupazione da parte delle corone iberiche si colloca nello stesso contesto storico del 1492, segnato dalla fine della Reconquista, dal crollo del Regno di Granada e dalla conseguente espulsione di musulmani ed ebrei dalla penisola iberica. In quel periodo, Portogallo e Spagna avviarono l’espansione lungo le coste nordafricane per ragioni difensive, commerciali e strategiche:

  • Melilla fu occupata dalla Spagna nel 1497.
  • Ceuta fu conquistata dai portoghesi nel 1415 e passò sotto il controllo spagnolo nel 1580, a seguito dell’unione delle due corone.

Sul piano della continuità territoriale, il Marocco ha sempre considerato Ceuta e Melilla come parti integranti della propria geografia e storia, separate dal resto del Paese durante l’epoca delle conquiste coloniali. Per Rabat, la presenza spagnola in queste enclave rappresenta una questione irrisolta legata alla piena integrità territoriale del Regno, mentre per Madrid le due città costituiscono territori autonomi storicamente legati alla sovranità spagnola da oltre cinque secoli. La recente crisi di Ceuta ha messo chiaramente in luce una verità profonda: Spagna e Marocco continuano a parlarsi e sono strettamente legati da un destino geografico e strategico comune, ma restano divisi dal peso di una memoria storica non ancora condivisa.

Lei parla sempre di un Marocco in crescita, con un’economia solida. Parla di una nazione che ha investito in grandi infrastrutture. Com’è stato possibile questo esodo di oltre 50 mila persone a piedi e a nuoto?
Il Marocco di oggi ha vissuto una trasformazione profonda, passando da una struttura sociale tradizionale a un’economia di mercato fortemente globalizzata. In questo processo, tuttavia, è mancata una sintesi armoniosa tra la dimensione della tradizione fondata sulla solidarietà e su uno Stato regolatore e pianificatore e le logiche della modernità, spesso orientate alla tutela di interessi privati su scala locale e globale. Il risultato è un modello di crescita che finisce per avvantaggiare solo una parte limitata della popolazione, alimentando una frammentazione sociale inedita e latenti tensioni.
Il drammatico esodo a Ceuta si inserisce proprio in questa spaccatura. Da un lato, riflette il disagio di chi si sente escluso dai frutti dello sviluppo economico; dall’altro, è stato catalizzato da un’imponente operazione di disinformazione e manipolazione. Attraverso WhatsApp e le principali piattaforme social, le reti dei trafficanti di esseri umani hanno diffuso notizie false su ipotetiche aperture dei confini, spingendo migliaia di giovani e famiglie a mettersi in cammino sulla base di un’illusione.
È dunque in questo incrocio tra diseguaglianze reali e lo sfruttamento spietato della disperazione da parte dei trafficanti che si spiega una tragedia umana di queste dimensioni: una realtà che le sole cifre della crescita macroeconomica non riescono a raccontare.

Ricordo che fino a dieci anni fa molti laurati e tecnici spagnoli migravano in Marocco per lavorare al porto di Tangeri. Come è stato possibile adesso il verificarsi dei fatti di Ceuta?
Il quadro reale è ben diverso da una narrazione semplificata: la presenza di tecnici e professionisti stranieri spagnoli, francesi, italiani che lavorano nei grandi poli strategici come Casablanca, Tangeri o Dakhla non è mai venuta meno. Il Marocco continua a essere un catalizzatore di competenze e investimenti internazionali.
Eppure, accanto a questa spinta verso la modernità, restano nodi complessi che toccano da vicino la vita di ogni giorno. Al di là della tragedia umana dei tentativi di fuga, è in atto una profonda trasformazione culturale: molti giovani rifiutano ormai impieghi poco valorizzati o privi di adeguate tutele, mettendo in luce un disallineamento strutturale tra la scuola, la formazione professionale e le reali aspirazioni del mondo del lavoro.
Si tratta di un paradosso evidente, considerando che il Marocco vanta scuole d’eccellenza e istituti d’alta tecnologia capaci di sfornare talenti di primo livello. La vera sfida non è dunque la mancanza di competenze o di strutture d’avanguardia, ma la capacità di connettere questo patrimonio di eccellenza con l’intero tessuto sociale. Serve creare opportunità diffuse e qualificate che non lascino indietro nessuno, valorizzando il potenziale delle nuove generazioni e offrendo loro un percorso di crescita dignitoso nel proprio Paese.
A questo si aggiunge la forza condizionante di un mito duro a morire: l’Europa dipinta come un inevitabile “Eldorado”. Una prospettiva spesso alimentata dai racconti idealizzati di chi vive già all’estero, che finiscono per celare i sacrifici e le difficoltà dell’integrazione, proiettando un’immagine distorta delle opportunità oltre mare.
Negli ultimi decenni, il Marocco ha dimostrato capacità straordinarie nell’edificare un tessuto economico, infrastrutturale e tecnologico di primo piano. La vera sfida, oggi, si sposta sul piano sociale e umano: tradurre questi importanti successi macroeconomici nella costruzione di una società più giusta, solidale e inclusiva, capace di offrire a ciascun giovane una ragione concreta per credere e investire nel proprio domani a casa propria.

Cosa servirebbe per una vera confederazione delle nazioni affacciate sul Mediterraneo?
Il Mediterraneo rappresenta il più straordinario laboratorio di meticciato umano e culturale della storia. Dagli Egizi agli Ebrei, dai Berberi (Imazighen) agli Iberi e agli Etruschi, una trama fitta di civiltà ha intessuto un patrimonio condiviso, fluido e permeabile: una matrice identitaria plurale che ha attraversato la nascita dei tre monoteismi ed è rimasta costantemente aperta agli influssi dell’Asia e dell’Africa. Certo, il Mare Nostrum è stato anche teatro di fratture profonde, contese territoriali e guerre di religione che ne hanno segnato il cammino.
Oggi, trasformare questa memoria comune nel progetto politico di una Confederazione Mediterranea richiede un salto di qualità pragmatico. Non basta la retorica del dialogo; servono pilastri istituzionali solidi:

  • Parità geopolitica: il superamento del divario sbilanciato tra sponda Nord e sponda Sud in favore di un’alleanza tra pari.
  • Cittadinanza e mobilità circolare: un ecosistema di scambi accademici, professionali ed economici che valorizzi le risorse della regione.
  • Sicurezza integrata e sostenibilità: la gestione condivisa delle rotte marittime e un piano comune contro l’emergenza climatica e la desertificazione.

Riunire le due sponde significa comprendere che le grandi sfide contemporanee non possono più essere affrontate con le risposte parziali dei singoli Stati-nazione.