18 Agosto 2026
Sun

Cristina Casati, Le radici nel vuoto, Albatros  edizioni 2026, pag. 240

Quando l’ho incontrata mi ha detto di aver sentito la necessità di ricostruire una storia di famiglia di cui le erano venuti a mano dei documenti, una saga che intreccia i destini di persone di varia provenienza. Questo a cominciare da Jenia, che nel 1919 fugge da Odessa  verso Costantinopoli, per non seguire il padre che si trasferisce con la famiglia a Mosca per appoggiare i bolscevichi. Lei vuole diventare una pianista e fugge nascosta tra le pellicce in un baule, col sogno di attraversare Turchia e Grecia e arrivare a Roma per studiare al Conservatorio. Avrebbe potuto correre seri rischi, se non avesse avuto l’aiuto di un ufficiale del posto, Alessandro Galati, che si sente italiano perché i nonni erano fuggiti dall’Italia dopo i moti del 1848.

“Questa saga familiare che spazia tra continenti e secoli di storia, scrive Cristina Casati nell’esergo, è liberamente ispirata a memorie private e a fatti realmente accaduti”, tanto che il lettore cerca l’autrice dietro le molteplici figure femminili, Angela, Franca, Cristina, Michelle, Jenia – che ora ha preso il nome di Giovanna – finché riesce a scoprirla!

Con Angela si arriva a Lucca e alla sua periferia, alle sue dolci colline e agli orti rigogliosi, alla musica di Puccini. Con lei conosciamo Carlo Walther, tedesco; con lei e con Giovanna si arriva alla nipote Michelle in un intreccio suggestivo e una apertura sul privato di donne sempre dietro a difficoltà di maternità, a sconfitte, a vittorie.

Passano gli anni e la seconda guerra mondiale trova Carlo Walther felicemente sposato in Italia; la famiglia Galati – Giovanna ha sposato l’ufficiale di origine italiana – vive ad Haifa, in Palestina. Si presentano momenti difficili, visti gli schieramenti opposti sul fronte di guerra.

Quello che il lettore non si aspetterebbe è il campo di internamento di Tatura, in Australia, dove la famiglia Galati, con i figli Cristina a Mario, viene trasferita perché italiana. “La Palestina era un protettorato inglese e gli italiani che ci abitavano venivano considerati automaticamente nemici di guerra”. Fra l’altro Alessandro, che aveva gestito l’ufficio di una società di navigazione, era una persona stimata nella numerosa colonia di italiani di Haifa. Restano in Australia fino al 1945.

“Quando siamo arrivati al campo numero 3 di Tutura,  si legge nel diario di Cristina, ci hanno fotografato con un numero scritto sul petto per riconoscerci, dobbiamo ricordarcelo […] Ci hanno dato dei vestiti tutti uguali, delle casacche e pantaloni marroncino chiaro […] La nostra nuova casa è un cubo di lamiera e dobbiamo dormire tutti in una stanza […] La mamma è molto triste, si dispera perché dice di avere perso tutto, il filo spinato che circonda il campo le fa venire delle crisi di pianto.”

La storia di questa famiglia, le provenienze, gli intrecci, gli ostacoli, la capacità di rinascere sempre dal dolore, diventano automaticamente specchio della nostra società, e regalano un messaggio profondo: persone di varia provenienza, di storie e aspirazioni diverse si sono incontrate, hanno creato forti gruppi familiari, finché le alterne vicende della Storia, quella voluta da chi ha in mano il potere e dai loro interessi, non sconvolge la vita di chi lavora, costruisce, ama, senza chiusure e pregiudizi, anzi, con la ricchezza che nasce dall’incontro.

Quello di Cristina Casati è un romanzo da cui siamo facilmente trascinati, magari facendo riferimento spesso alla composizione dei molteplici nuclei familiari con cui l’autrice ci aiuta a orientarci.

 

 

Marisa Cecchetti

Marisa Cecchetti vive a Lucca. Insegnante di Lettere, ha collaborato a varie riviste e testate culturali. Tra le sue ultime pubblicazioni i racconti Maschile femminile plurale (Giovane Holden 2012), il romanzo Il fossato (Giovane Holden 2014), la silloge Come di solo andata (Il Foglio 2013). Ha tradotto poesie di Barolong Seboni pubblicate da LietoColle (2010): Nell’aria inquieta del Kalahari.