Fascismo… termico
Cittadini, accorrete ai Rostri. Il 16 agosto, mentre la Nazione arrostiva sotto l’ombrellone, tre sentinelle della democrazia hanno avvistato il nemico. Le scritte fasciste sulla scuola di Pisa: sui muri della primaria Collodi, quartiere Porta a Lucca, era ricomparso il ventennio in persona. “Sì fascia”, “No fascia”, e accanto certe frecce dal profilo — giuravano — inequivocabilmente runico. Qualcuno, con l’occhio allenato di chi vede lontano, ci ha riconosciuto perfino una svastica.
L’allarme è scattato con la prontezza dei grandi momenti. Il vicepresidente del Consiglio regionale Antonio Mazzeo, che le cronache indicano come possibile candidato sindaco del campo largo, ha denunciato «scritte e simboli riconducibili all’immaginario fascista e nazista», un «gesto gravissimo e intollerabile». La senatrice Ylenia Zambito ha evocato «l’oscuro passato fascista», con corredo di guerre, libertà soppresse e occupazione. Il consigliere comunale Enrico Bruni ha rilanciato. Tre squilli di tromba in un pomeriggio di Ferragosto: nemmeno ai bei tempi si faceva di meglio.
Poi, ahimè, è arrivato il lunedì. E con il lunedì il capocantiere.
“Sì fascia” e “No fascia”, ha spiegato l’uomo con l’elmetto, non erano un inno littorio scritto male. Erano un promemoria tra muratori: qui la fascia del cappotto termico si mette, qui no. Le frecce non indicavano la marcia su Roma, ma i punti dell’edificio da coibentare. La svastica era un’indicazione di posa. Il fascismo, insomma, era un pannello isolante.
E qui, cittadini, la vicenda smette di essere una comica e diventa un capolavoro. Perché il cappotto termico non è un’opera qualunque: è il sacro graal della transizione ecologica, il totem della direttiva sulle case green partorita a Bruxelles e osannata proprio da quella sinistra che ora lo denunciava come eversione. I dem pisani hanno guardato in faccia il proprio programma elettorale e ci hanno visto il duce. Hanno chiamato l’antifascismo militante a sgominare la riqualificazione energetica. È l’autogol perfetto: l’unica volta che l’Unione impone davvero qualcosa ai muri d’Italia, il PD la scambia per la fiamma che non si spegne.
Il seguito è cronaca nota. Post cancellati in fretta, come si spazza la calce dal marciapiede. Bruni si è scusato. Mazzeo ha ammesso: «Ho commesso un errore, può capitare». Può capitare, certo. Come può capitare di scambiare un tubo del gas per un manganello, ha suggerito perfido il capogruppo di Futuro Nazionale Angelo Ciavarrella, consigliando ai tre di consultare un geometra prima del prossimo allarme democratico domenicale. Dalla stessa parte, la consigliera Rachele Compare ha coniato l’epitaffio: non era tornato il fascismo, era tornato il cappotto.
Il Tribuno, dal canto suo, osserva e trae la morale. Quando si cerca il fascista un giorno sì e l’altro pure, prima o poi lo si trova in un secchio di malta. Il problema non è mai ciò che c’è scritto sul muro: è ciò che si vuole disperatamente leggerci. Gli operai della Collodi, gente che il muro lo tira su invece di interrogarlo, torneranno al lavoro. La scuola sarà coibentata per settembre. E i bambini, rientrando, troveranno un edificio più caldo e una classe dirigente locale un filo più fredda, raggelata dalla figuraccia.
Ai muratori di Porta a Lucca, ingiustamente arruolati nelle legioni del male per una fascia di polistirene, va la solidarietà di questo Tribuno. Continuate a fasciare, uomini d’onore. E se proprio dovete scrivere sui muri, scrivete in stampatello: c’è chi legge male, e denuncia peggio.
[Tribuno del Popolo, da Politicoweb]
