20 Settembre 2026
Words

L’islamismo è fascismo

Abbiamo parlato di Islam e panarabismo con l’antropologo italiano di origini berbere-marocchine Ahmed Habouss, che per anni ha insegnato all’Orientale di Napoli.

  1. Il panarabismo e tutte le sue declinazioni politiche, anche le più radicali, mettono in luce la necessità di riappropriarsi di tutti i Paesi affacciati sul Mediterraneo. È un obiettivo ancora reale per gli Stati arabi, oppure passano più tempo a litigare fra loro?

Il panarabismo nacque dall’aspirazione a riunire i popoli arabi in uno spazio politico comune. Ma quel progetto non riuscì mai a superare le divisioni fra gli Stati, gli interessi nazionali e le ambizioni dei loro dirigenti. L’idea di una grande unità araba rimase così sospesa tra il desiderio di appartenere a uno spazio condiviso e la realtà di governi spesso incapaci di trovare un accordo.

Non credo che la storia possa ripetersi attraverso il ritorno di un grande impero arabo sul modello ottomano. L’Impero ottomano, del resto, non era un impero arabo: era una struttura multietnica e multireligiosa guidata da una dinastia turca. Oggi le potenze regionali esercitano la propria influenza attraverso gli Stati, le alleanze, le reti economiche e i gruppi armati.

Il problema del mondo arabo non è soltanto l’assenza di un progetto comune. È anche la difficoltà di costruire una visione condivisa del futuro. Gli Stati perseguono spesso interessi opposti. Le rivalità tra Algeria e Marocco, le divergenze tra le monarchie del Golfo e le repubbliche arabe, le diverse posizioni verso le potenze regionali e internazionali: tutto questo mostra quanto sia difficile trasformare l’idea di unità in una politica comune.

  1. È ancora sostenibile, per il Maghreb e per gli Stati della penisola arabica, accettare che l’Iran continui a esercitare un’influenza destabilizzante nell’area, sostenendo gruppi come i Fratelli Musulmani, Hamas, Hezbollah e gli Houthi?

Il radicalismo islamista non nasce con la rivoluzione dei mullah del 1979. Le sue correnti si erano sviluppate già prima, attraverso processi storici, politici e sociali differenti. Ma la rivoluzione iraniana rappresentò una svolta importante: introdusse la possibilità di fondare un ordine statale sulla legittimazione religiosa e di proiettare la propria influenza oltre i confini nazionali.

Su questo punto è necessaria una precisazione. La distinzione tra islam “radicale” e islam “moderato” è spesso solo un gioco di parole: non cambia la sostanza, perché la tattica rimane la stessa per ottenere obiettivi condivisi. Molti credono che esista un islam moderato, ma la realtà dei fatti sociali sembra smentirlo. Il progetto politico e sociale dell’islam politico conviene al capitalismo nella sua versione neoliberista, finanziaria e predatoria. L’islam si adatta a qualsiasi ordine mondiale che gli offra garanzie e legittimità.

Da quel momento, il progetto religioso entrò più profondamente nella competizione per il potere regionale. L’Iran costruì una parte della propria influenza attraverso alleanze con gruppi armati e attori politici, mentre gli Stati arabi reagirono secondo interessi e strategie differenti. Non si può quindi spiegare il radicalismo soltanto attraverso la rivoluzione iraniana. Ma non si può nemmeno ignorare il cambiamento che essa produsse negli equilibri regionali.

Considero Hamas, Hezbollah e le diverse forme dell’islam politico radicale espressioni di un estremismo che si colloca, in molti casi, all’estrema destra dello spazio politico. Allo stesso tempo, anche alcune componenti dell’estrema destra israeliana hanno contribuito a irrigidire il conflitto e ad aggravare la destabilizzazione regionale. Le posizioni del governo Netanyahu e di alcuni suoi ministri ne sono una manifestazione evidente.

Un esempio significativo è offerto dal documentario No Other Land, realizzato da un collettivo israelo-palestinese composto dall’attivista, giornalista e avvocato palestinese Basel Adra, dal regista, fotografo e attivista palestinese Hamdan Ballal, dal giornalista e regista israeliano Yuval Abraham e dalla regista, direttrice della fotografia e montatrice israeliana Rachel Szor. Il film racconta la distruzione dei villaggi palestinesi di Masafer Yatta, in Cisgiordania, e la resistenza degli abitanti contro gli sgomberi e la violenza dei coloni israeliani. Attraverso il rapporto tra Basel Adra e Yuval Abraham, gli autori mostrano le profonde disuguaglianze tra le condizioni di vita dei due protagonisti e le fratture interne alle società palestinese e israeliana. Il documentario testimonia così la durezza dell’occupazione, la violenza esercitata sui civili e la difficoltà di costruire una convivenza fondata sulla giustizia e sul riconoscimento reciproco.

Da una parte vi sono gli estremismi dell’islam politico sostenuti o influenzati dall’Iran; dall’altra, le forme di estremismo presenti all’interno del governo israeliano e negli ambienti dell’estrema destra. Questi estremismi contrapposti alimentano un conflitto nel quale le popolazioni civili continuano a pagare il prezzo più alto.

Le iniziative diplomatiche promosse dagli Stati Uniti e dal governo israeliano rischiano di aggravare ulteriormente questa destabilizzazione. Sono dinamiche che ormai conosciamo e che richiedono una riflessione lucida, senza semplificazioni.

  1. Che cosa si può fare per contenere l’Iran e aiutare le donne e i giovani iraniani a vivere, in futuro, in una società più aperta e libera?

La questione iraniana deve essere affrontata distinguendo due obiettivi: sostenere i diritti e le libertà degli iraniani, da una parte, e limitare le capacità del potere iraniano di finanziare la repressione e le attività militari all’estero, dall’altra.

Le donne e i giovani iraniani hanno bisogno di un sostegno concreto: protezione per gli attivisti minacciati, borse di studio, accesso all’istruzione, opportunità di lavoro e strumenti per comunicare liberamente. Le sanzioni dovrebbero essere mirate ai responsabili della repressione e alle reti militari, evitando di colpire la popolazione civile e di ostacolare l’accesso ai medicinali e ai servizi essenziali.

La trasformazione del sistema politico iraniano riguarda innanzitutto gli iraniani. La comunità internazionale può sostenere il loro diritto a scegliere liberamente il proprio futuro, ma non può sostituirsi a loro. Criticare una teocrazia non deve mai trasformarsi in un giudizio sui cittadini iraniani.

  1. Si dice spesso che gli arabi vorrebbero tornare a un vasto Impero ottomano. Ma la storia non è così meccanica: comunità ebraiche e cristiane di diversi orientamenti hanno vissuto e prosperato per secoli in tutta l’area araba e magrebina. Come si può spiegare questa realtà?

È difficile immaginare un ritorno a un modello imperiale sul tipo dell’Impero ottomano. I tempi sono cambiati e oggi prevalgono le logiche degli interessi statali e del posizionamento regionale e internazionale.

Non disponiamo di elementi sufficienti per parlare, in modo generale, di una coesistenza sempre pacifica tra le diverse comunità ebraiche e cristiane. Basta pensare alla storia del Libano, dell’Egitto, dell’Iraq e della Siria. In alcuni di questi Paesi, le società che un tempo ospitavano comunità religiose differenti sono state profondamente trasformate da guerre, persecuzioni, migrazioni ed esclusioni.

Mi viene in mente il Marocco, che occupa una posizione particolare nel Nordafrica. Qui la presenza di comunità musulmane, ebraiche e cristiane appartiene alla storia del Paese. Moschee, chiese e sinagoghe testimoniano, ancora oggi, una pluralità religiosa che fa parte del suo patrimonio sociale e culturale.

La posizione del Marocco è legata anche alla questione del Sahara marocchino, ai rapporti con l’Europa e alla sicurezza regionale. Il sostegno di numerosi Paesi alla posizione marocchina sul Sahara e alla proposta di autonomia sotto sovranità marocchina rappresenta un elemento importante di questo quadro.

Il contrasto all’influenza iraniana si inserisce nella difesa degli interessi nazionali marocchini. Il Marocco ha adottato una posizione diplomatica più esplicita rispetto agli altri Paesi nordafricani, mentre Algeria, Tunisia, Libia ed Egitto mantengono rapporti e strategie differenti.

Non si tratta, però, di costruire un nuovo fronte di contrapposizione. Si tratta piuttosto di difendere l’autonomia politica degli Stati e di favorire una cooperazione regionale che non sia subordinata agli interessi delle potenze esterne.

  1. Come si può portare a un buon livello di vita i cittadini magrebini, così da governare meglio i processi migratori?

Non esiste una risposta unica, perché i Paesi del Nordafrica non hanno le stesse condizioni economiche, demografiche e istituzionali. Occorre distinguere le loro specificità, senza rinunciare a una visione comune del futuro.

La prima condizione riguarda la demografia. Non si tratta di pianificare la vita delle persone, ma di costruire politiche orientate al benessere, capaci di sostenere le famiglie, migliorare i servizi e offrire ai giovani e alle giovani condizioni di vita dignitose.

La seconda condizione riguarda la scuola. I sistemi educativi magrebini presentano criticità importanti, anche se differenti da un Paese all’altro. Il Marocco dispone di possibilità significative per affrontarle attraverso un partenariato equilibrato tra pubblico e privato, senza rinunciare alla responsabilità dello Stato nel garantire a tutti il diritto all’istruzione.

La scuola pubblica e l’università hanno bisogno di riforme profonde. L’università deve diventare uno spazio di ricerca, confronto e preparazione al lavoro, non soltanto un luogo di trasmissione del sapere e di produzione di diplomi. Il rapporto PISA dell’OCSE mostra, per il Marocco, difficoltà importanti nelle competenze fondamentali e conferma la necessità di investire nella qualità dell’apprendimento e nella formazione degli insegnanti.

Il terzo livello riguarda il lavoro. Non basta aumentare il numero degli studenti se, al termine degli studi, i giovani non trovano opportunità concrete. Occorre collegare la formazione professionale, l’università e il tessuto produttivo, sostenendo l’innovazione e la creazione di posti di lavoro qualificati.

Infine, vi è la questione migratoria. Una politica efficace non può limitarsi al controllo delle frontiere. Deve intervenire sulle condizioni che spingono le persone a partire: disoccupazione, precarietà, disuguaglianze e mancanza di prospettive.

Migliorare le condizioni di vita nel Maghreb significa offrire ai cittadini una possibilità reale di scelta: partire, restare o tornare, non per necessità, ma per libera decisione.

Quale futuro per il Mediterraneo?

Il futuro del Mediterraneo non può fondarsi sulla riproposizione di un progetto imperiale, né sulla pretesa di un’unica appartenenza politica. Deve nascere dalla cooperazione tra Stati sovrani e dal rispetto delle diverse appartenenze culturali, linguistiche e religiose.

Ma questo obiettivo diventa sempre più difficile in un contesto segnato dalla crisi profonda di alcune istituzioni internazionali, a cominciare dalle Nazioni Unite e dagli organismi incaricati di garantire il rispetto del diritto internazionale. La loro capacità di prevenire i conflitti, proteggere le popolazioni civili e far rispettare le proprie decisioni appare sempre più limitata dalle rivalità tra le grandi potenze e dal peso degli interessi geopolitici.

Quando le norme internazionali vengono applicate in modo selettivo, quando le risoluzioni restano senza conseguenze e quando la protezione dei civili dipende dai rapporti di forza, si indebolisce la fiducia nell’intero sistema internazionale. Non è soltanto una crisi delle istituzioni: è anche una crisi dell’idea stessa di diritto come strumento capace di limitare la violenza e di garantire una misura comune tra gli Stati.

Le comunità cristiane ed ebraiche, così come quelle musulmane e le persone senza appartenenza religiosa, fanno parte della storia di questo spazio geografico. La loro protezione non può dipendere dalle rivalità geopolitiche. Le popolazioni civili non devono pagare il prezzo delle decisioni dei governi e dei gruppi armati.

Il fallimento del panarabismo non significa che i popoli del Mediterraneo siano condannati alla divisione. Significa, piuttosto, che l’unità politica non può essere imposta dall’alto, né costruita attraverso la negazione delle differenze.

Occorre ripensare il rapporto tra gli Stati, le società e le loro appartenenze, riconoscendo che la cooperazione può diventare più feconda della rivalità. Ma, per renderla possibile, è necessario anche ricostruire istituzioni internazionali credibili, capaci di applicare il diritto senza doppi standard e di proteggere le popolazioni indipendentemente dalla loro appartenenza politica, religiosa o nazionale.

Il vero obiettivo dovrebbe essere quello di costruire un Mediterraneo nel quale i giovani possano studiare, lavorare e progettare il futuro senza essere costretti a partire; un Mediterraneo nel quale le donne possano vivere libere e nel quale ogni comunità possa conservare la propria appartenenza senza paura.

Non è un progetto semplice, ma è una prospettiva più concreta e più umana di qualsiasi ambizione imperiale. In un mondo nel quale le istituzioni internazionali hanno compromesso la propria autorità e credibilità, cooperare, rispettare le differenze e proteggere le popolazioni non è più soltanto un ideale: è una necessità storica. Il futuro del Mediterraneo non può essere costruito sulla forza, sulla paura o sulla negazione dell’altro, ma sulla responsabilità condivisa. È questa la vera alternativa a ogni ambizione imperiale.