28 Ottobre 2026
Movie

“Fatherland” (di P. Pawlikowski, POL-e altri 2026)

Il 4 febbraio 2018 proponevamo in questa rubrica la recensione di Ida del regista polacco Paweł Pawlikowski, ricordando alcuni tratti della sua personalità di intellettuale e cineasta: nato nel 1957 in piena Guerra Fredda, visse un periodo in cui la Polonia conosceva un allentamento del controllo sovietico e, con Gomułka, esplorava vie riformatrici al socialismo. Fin dall’adolescenza Pawlikowski lasciò la Polonia per stabilirsi in Gran Bretagna e in altri paesi europei; oggi è tornato in patria e vive a Varsavia con la moglie, l’ex modella e attrice Małgosia Bela. È tra i cineasti europei più colti, particolarmente attento alla storia e alla realtà dell’Europa centrale e dei Balcani (come dimostra Serbian Epics, documentario del 1992 girato durante i conflitti nella ex Jugoslavia).

Se Ida diede fama a Pawlikowski, a noi non entusiasmò. Cinque anni dopo arrivò un’altra pellicola girata in Polonia, Cold War. Anche questo ultimo film, che conclude una trilogia di riflessione su storia e società, ha finito per lasciarci un po’delusi.

Il titolo Fatherland fa riferimento al ruolo di Thomas Mann sia come padre difficile di una famiglia numerosa e difficile sia come grande scrittore della sua patria tedesca. La sfida del regista è fornirne un ritratto radicato nel Secondo Dopoguerra, cogliendolo al suo ritorno in Germania nel 1949. Mann – già insignito del Premio Nobel per la letteratura nel 1929 – era stato infatti invitato a solenni celebrazioni in suo onore, prima a Francoforte e poi a Weimar, nella Germania orientale, per ricevere il premio Goethe nel bicentenario della nascita. Il viaggio esplicita il profondo legame di Mann con Goethe, che lo scrittore considerava il proprio massimo modello letterario e una bussola morale, citandolo ripetutamente nelle sue due orazioni (Mann critico scrisse numerosi saggi su Goerhe). Nel trasferimento in auto, Mann è accompagnato dalla figlia Erika: il loro travagliato rapporto è uno dei fili conduttori del film.

La lunga scena iniziale ritrae un altro dei figli dello scrittore, Klaus (August Diehl, già in Bastardi senza gloria), impegnato in una telefonata con Erika, che cerca di convincerlo a partecipare alle celebrazioni paterne. Klaus, depresso e tossicodipendente, farà solo una rapida apparizione a Francoforte, diventando poi l’involontario detonatore di una crisi nei rapporti familiari, in particolare tra Thomas ed Erika. Sullo sfondo si staglia il mondo post-Yalta, la storia di un’Europa divisa che spezza definitivamente le illusioni di conciliazione culturale di Mann. Illusioni rappresentate anche dalla scelta di recarsi a Weimar subito dopo Francoforte, nonostante la tragica perdita di Klaus avvenuta proprio in quei giorni. Questa decisione denota la volontà, storica, di Mann di non schierarsi apertamente con l’Occidente, pur essendo cittadino americano (quasi imbarazzato di esserlo, come emerge dalla distinzione asserita da Mann nel film tra home e Heimat). L’impressione di una certa benevolenza di Pawlikowski verso l’Europa del Patto di Varsavia emerge netta in diverse scene e dialoghi del film. O quantomeno di una neutralità.

Hans Zischler (classe 1947, già attivo con Wenders e Cavani) non va oltre uno svolgimento diligente, per quanto non facile, del compito assegnatogli: la rappresentazione di un Mann narciso ed egocentrico, simile a molti grandi uomini ai quali, ad esempio, la scomparsa tragica di un figlio non impedisce di continuare a vivere come prima, almeno esteriormente.

Sandra Hüller (Anatomia di una caduta, La zona di interesse) è invece di eccezionale bravura nei panni di Erika. Mostra una capacità unica nella gestione del volto e in una mimica fatta di sguardi e lievissimi movimenti della bocca; lo si nota soprattutto nella scena in cui, dalla galleria della sala in cui parla il padre, scorge il fratello: una presenza fugace che sa di commiato, espressa magistralmente attraverso l’intensità espressiva dell’attrice. La stessa Hüller, d’altra parte, nata nella Germania Est nel 1978, potrebbe aver influenzato la sceneggiatura nella scelta (a mio avviso) di descrivere come decorosa e sana la società della Repubblica Democratica Tedesca, di cui lei stessa ha detto: “Avevamo un tipo di latte, un tipo di burro, un tipo di pane. Andavi a fare la spesa solo per comprare le cose di cui avevi davvero bisogno, non esisteva il concetto di shopping. C’era più spazio per il tempo libero, per la noia, per creare cose dal nulla. […] Non c’erano problemi di droga. Forse non era la verità, ma, da bambina, senza sapere nulla del sistema politico, mi sono sempre sentita al sicuro”. Un tipo di affermazion che non so se avrebbe fatto fosse nata quindici anni prima.

Il film non è certo privo di interesse: il bianco e nero tipico del regista è perfetto per una ricostruzione d’epoca. Tuttavia, gli 82 minuti di durata sono insufficienti per offrire un’analisi sfumata e non frammentaria di problematiche così complesse, lasciando la parte finale con un che di frettoloso.

Voto: 7

Giovanni A. Cecconi

Professore di storia romana e di altri insegnamenti di antichistica all'università di Firenze. Da sempre appassionato di cinema, è da molti anni attivo come blogger su alleo.it per recensioni, riflessioni, schede informative, e ricordi di attori e registi. È stato collaboratore di Agenzia Radicale online e di Blog Taormina. Ama il calcio, si occupa di politica e gioca a scacchi, praticati (un tempo lontano) a livello agonistico, col titolo di Maestro FIDE.