Il cittadino solitario (Abbozzo di una teoria dell’astensionismo)
Nel 1979 Jean-Francois Lyotard postula la condizione postmoderna come stigma esatto della contemporaneità. Dunque lo stato di incredulità fa si che non si attribuisca più fiducia alle cosiddette grandi narrazioni. Nello stesso anno si fa iniziare la storia dell’astensionismo in progresso in Italia, alle elezioni politiche. Dal 1979 infatti la percentuale dei non-votanti passa dal 12,7% al 36,1%. Lo stato di incredulità si trasforma, così, in una perdita di fiducia nel sistema partitico nel suo complesso – almeno, nel nostro Paese.
Nel mezzo ci sono state tangentopoli e la fine della Prima Repubblica. Per cui alla sensazione di incredulità in relazione ai grandi racconti (liberalismo e comunismo sono ovviamente fra essi) si è aggiunta una situazione di kaos. La confusione ha riguardato, primariamente, la fine della politica, nell’accezione che ne ha dato il filosofo Lucio Colletti. Governi che non riescono più a governare i grandi flussi economici. Sacche di ordine nel mezzo del disordine sociale. Balcanizzazione. «Soluzioni biografiche a contraddizioni sistemiche», come avrebbe detto il compianto Ulrich Beck.
A questa perdita di trazione della politica è seguita tutta una stagione caratterizzata da una grande mancanza di chiarezza (da tutte le parti in causa). I partiti si sono personalizzati, il che vuol dire che la proposta politica ha riguardato più la persona e meno il programma. Si è altresì registrata una mancata identificazione degli elettori nei riguardi dei partiti tradizionali – sia a causa del loro venir meno, sia a causa del fatto che il voto al partito di un tempo, oggi non rappresenta più un voto identitario che tutela i “miei” interessi. Il transito dei voti dal Pci (poi Pds) alla Lega Nord, è stato la cartina di tornasole di questo processo nelle elezioni politiche del 1994. Un voto incoerente, se attribuibile a quella che fu la classe operaia, eppure testimonianza e attestazione di un totale scontento e smarrimento.
Ma perché la crescita dell’astensione? Questo è un problema ancora più delicato. Se si sceglie la strada dell’astensionismo si ritiene che l’intero sistema partitico non meriti più fiducia. L’astensione mette in discussione, quindi, la politica tout court. Come si giunge quindi a quell’80% di gente che non si reca al seggio, registrato nelle ultime elezioni suppletive di Reggio Calabria? Come si giunge a tal punto, a mettere in discussione la politica? Occorre tornare, per un attimo, a Lyotard. La fine delle grandi narrazioni equivale alla fine della legittimazione, in questo caso della politica. Ed equivale alla perdita dei fondamenti. Il fondamento della politica è sempre la vita associata e, nello stesso tempo, la necessità che la vita associata sia soggetta a un sistema di regole. Evidentemente, nel caso in questione, l’astensionismo si rifrange nella crisi di questo stesso sistema di regole. Si ha crisi della politica perché si ha crisi nella legittimità della politica, e questo accade perché si registra una crisi nell’esistenza stessa dei fondamenti della politica. Una volta che sia letto così, sembrerebbe che l’astensionismo non sia altro che il sintomo di un certo qual anarchismo. Ma non è così! Astenersi non vuol certo dire di essere a favore dell’anarchia.
In definitiva astenersi vuol dire: io non intendo votare né per A né per B. Ma nulla esclude che se ci fosse C, allora io continuerei a non votare. Sto dicendo semplicemente che non mi piacciono i due schieramenti che sono in campo, in questo momento. Ma i due schieramenti che sono in campo in questo momento sono proprio quelle regole della politica di cui si diceva. Manca di legittimità quella politica che ha candidato, in sostanza, quella destra e quella sinistra.
Quindi io non sto dicendo che manca di legittimità la politica tutta intera. La mia astensione vuol dire: io sto non votando per un cambio totale della politica. Non mi interessa una politica di questo tipo. Vorrei ci fosse la possibilità di una scelta diversa…
Si tratta, in questo caso, di un voto di per sé relativo e non assoluto. La parzialità ricade solo sulla scelta che tu mi stai proponendo. Che è poi la scelta dettata dallo stato della politica attuale. Quindi è corretto dire: io sto rifiutando (attraverso il mezzo che mi è consentito della mia astensione) lo stato della politica attuale. Esiste una crasi tra le mie aspettative e quello che la politica mi sta offrendo.
Il problema è risolvere l’equazione aspettative-offerta. Sono sbagliate le aspettative o è sbagliata l’offerta? Fra la cresta e la valle ci stanno una crasi e una crisi. La distonia tra lo stato vero in cui versa il Paese e un Giano Bifronte. Tale figura mitologica rappresenta le aspettative dei cittadini da una parte, e l’offerta politica dall’altra. È un po’ come se la linea retta (che raffigura lo stato in cui si trova il Paese in questo momento) non fosse mai attraversata dal voto. L’astensionismo è l’espressione precisa di tale distonia. Se la linea fosse attraversata, anche in un solo punto, dal voto allora non ci sarebbe alcuna forma di astensionismo.
Per cui appaiono adesso due elementi inediti:
1) l’elettore non si rende conto che quella offerta politica potrebbe attraversare tale linea;
2) la politica non si rende conto che le aspettative dell’elettore potrebbero essere colte da essa.
Insomma, due miopie. A cosa sono dovute queste miopie? La politica non intercetta in maniera esatta i bisogni della gente. Gli elettori non colgono correttamente l’offerta politica adatta a loro. In entrambi i casi, ci troviamo di fronte a un difetto di conoscenza. Se mi informassi di più, potrei capire che una delle varie offerte politiche è proprio quella che fa per me. Se analizzassi meglio le condizioni del Paese, potrei capire che quelli sono i bisogni della gente.
L’astensionismo si collega epistemologicamente, a quella «competenza senza comprensione», della quale si parla oggi a proposito dell’uso della tecnologia. Elettori e politici avrebbero entrambi competenza, ma non altrettanta comprensione. E non avrebbero comprensione perché vittime, entrambi, di un difetto di conoscenza. Così l’astensionismo è un portato della globalizzazione. In questo senso e in questa direzione, si salverebbe, anche, il magistero di Lyotard. L’accelerazione dei flussi di capitali conduce alla velocità con la quale si vive quotidianamente, e la velocità non consente l’approfondimento. Si rimane alla superfice, per così dire.
Lungo questo fuoco teorico parrebbe, addirittura, che l’astensionismo rappresenti una specie di destino – almeno dal 1989 in poi.
Senza scomodare le dinamiche del capitalismo e gli itinerari dei grandi flussi tecno-finanziari, bisogna analizzare invece perché (almeno a un certo livello) non si ama più approfondire e si preferisce galleggiare alla superfice delle cose. Ci accorgiamo di essere di fronte a una specie di paradosso. Internet e la rete ci forniscono una quantità di informazioni ogni istante che, soltanto dieci anni fa, era del tutto inimmaginabile. Ma ci fornisce anche evasione. Si preferisce il facile al difficile, il disimpegno all’impegno – da qui la crisi del ruolo degli intellettuali. Tutto si fa evanescente ed effimero. E la cifra del moderno (o post- che sia) diventa la precarietà. Nella precarietà (e nella contingenza) ci si sofferma soltanto sul momento presente. Ci si adagia sul motto «è cosi» di cui parla il filosofo sudcoreano (naturalizzato tedesco) Byung-chul Han.
Che cosa accade? Il difetto di conoscenza, in un mondo nel quale vi è una possibilità addirittura elefantiaca di accesso alla conoscenza, vuol dire: dismissione dell’accesso. La conoscenza è lì, ed è gigantesca, ma io non vi voglio accedere, e non vi accedo. L’astensionismo quindi è il segnale di una crisi molto più profonda, esistenziale. «Video meliora proboque, deteriora sequor» dice Medea nelle Metamorfosi di Ovidio. Nel nostro caso, potremmo tradurre così: «vedo la conoscenza e l’approvo, ma seguo l’evasione».
Ma attenzione! Ciò non riguarda solo gli elettori, ma anche i politici. È la società a essere precaria. Per cui le cause dell’astensionismo vanno rinvenute sia nella condizione in cui versano gli elettori sia in quella nella quale versano i politici. In tali asset strutturali, è del tutto conseguente (essendo precario, lo ripetiamo, l’insieme stesso della società) che l’astensionismo ci sia. È un fatto conseguente, inevitabile.
Si tratta del rinvenimento di un certo dislivello. Non solo quell’offerta politica (di destra o di sinistra) non mi interessa, ma non esiste più alcun collegamento tra me stesso e quella stessa offerta, qualunque essa sia.
