17 Ottobre 2026
Words

Curare l’irreparabile. Il cittadino alle prese con l’astensionismo

Prendo spunto dall’articolo sull’astensione di Gianfranco Cordì perché vorrei sostenere la tesi che l’astensione non si guarisce con più conoscenza che, pur essendo utile, mancherebbe ancora di ciò che è venuto meno: il legame. E per legame non si intende l’adesione a uno schieramento né la fiducia in un programma, ma quel vincolo più antico per cui la città (o la nazione) è sentita come la propria e il voto appare un modo, sia pur limitato, di concorrere a un destino comune che lo eccede e insieme lo comprende. Reciso quel legame, il voto non diventa sbagliato: diventa un gesto senza oggetto. L’astenuto non è chi non sa per chi votare, ma chi non sa di essere un noi. Non chi non conosce, ma chi non si ri-conosce in un “noi” capace di agire.
La citazione di Ovidio richiamata da Cordì apre involontariamente questa possibilità: video meliora proboque deteriora sequor”, “vedo le cose migliori e le approvo, ma seguo le peggiori”, significa che vedere il meglio non comporta necessariamente seguirlo. La storia è piena di uomini che hanno capito benissimo e si sono astenuti. Il difetto allora non è di visione o meglio non è soltanto questione di sapere. Anche chi conosce una situazione può sentirsi incapace di modificarla, o non trovare nella politica una forma credibile per farlo. La conoscenza, del resto, non nasce dalla sola disponibilità di informazioni; richiede tempo per comprenderle, discuterle, mettere alla prova i propri giudizi; richiede quella profondità la cui perdita Cordì stesso aveva diagnosticato.

Resta dunque una parola: solitudine. Una solitudine non si cura con una notizia in più, né con un libro meglio scelto. Ciò che l’astenuto avverte, confusamente, è che gli strumenti offerti dalla politica non raggiungono ciò che, nella sua vita e in quella della città, si è incrinato, che il suo ordine non è riparabile con i mezzi che quell’ordine gli porge. E qui occorre intendersi. “Riparare” suggerisce il ritorno a un ordine che, prima del guasto, sarebbe integro e che basta rammendare per ottenere un tessuto integro. L’irreparabile- che da tempo chiamo così – nomina invece la condizione in cui lo strappo non è un buco dentro l’ordine, ma la verità dell’ordine. Non un danno sopravvenuto su un tessuto saldo, ma la rivelazione che la vita comune non ha mai posseduto una stabilità definitiva perché essa si regge su rapporti, mediazioni, istituzioni che devono essere continuamente sostenuti e trasformati. L’Irreparabile nomina anzitutto questa condizione: nessuno può sottrarsi all’essere insieme, e nessuna forma dell’essere insieme elimina una volta per tutti la distanza, il conflitto e la fragilità della relazione.
Da questa fragilità originaria va però distinto il pericolo storico della dissoluzione. Una città può perdere i luoghi e le istituzioni attraverso cui i suoi abitanti si riconoscono, si confrontano e prendono parte alle decisioni. La perdita non è il destino necessario dell’irreparabile, bensì una sua possibilità concreta. Custodire il legame, la relazione significa allora preservare e rinnovare quelle mediazioni prima che la distanza fra i cittadini si trasformi in abbandono. È un compito che nessuno può svolgere da solo.
In questo senso, il caso di Reggio Calabria lascia intravedere una questione che oltrepassa il municipio. Oggi molte decisioni che incidono sulla vita del territorio maturano lontano dai luoghi in cui i loro effetti vengono vissuti. I flussi economici, le trasformazioni della tecnica, la crisi ecologica, le migrazioni di massa agiscono su scale che il cittadino fatica a raggiungere con gli strumenti ordinari della partecipazione. Egli non vede la crisi epocale, non la nomina, non la vota, eppure ne è attraversato. Non possiamo dedurre da una percentuale di astensione ciò che ogni elettore pensa o sente rispetto a questi processi. Possiamo però chiederci se la distanza fra la vita locale e i poteri che la condizionano contribuisca alla percezione che il voto non cambi nulla, e se la sua stanchezza, il suo stesso ritiro non sia il modo in cui il mondo globale affiori nel locale come un affaticamento senza nome.

Anche il politico è esposto a questa distanza. Anche al politico si addice la sua Medea. Si crede che chi governa non veda, e invece vede benissimo, solo che nel perseguire il consenso, volta lo sguardo dall’irreparabile, dalla catastrofe che renderebbe tremante la mano che pure deve agire sul finito. Deve rispondere al pane, al lavoro, ai servizi, ai bisogni urgenti di chi vive oggi; nello stesso tempo deve misurarsi con scelte che riguardano l’abitabilità futura del mondo (per semplificare). Non si tratta di sacrificare una custodia all’altra. Il suo compito tragico non è che tradisca il vero, ma nel tenere insieme le due custodie attraverso decisioni inevitabilmente parziali, spiegando i loro costi e assumendosene la responsabilità. Quando la ricerca del consenso rinvia senza fine ciò che è difficile affrontare, la politica può rispondere all’urgenza del giorno e lasciare intatte le condizioni che produrranno quelle di domani.
Si crea così un circolo. Alcuni cittadini si ritirano perché non riconoscono nelle proposte politiche una risposta credibile; chi governa, temendo di perderli, restringe ulteriormente l’orizzonte delle proprie decisioni. Il ritiro dell’uno e la prudenza ridotta a calcolo dell’altro possono alimentarsi a vicenda. Il nodo non viene sciolto comunque: l’astensione cognitiva del politico non elimina l’astensione politica del cittadino. Le due astensioni non si sommano e non si annullano: si sigillano a vicenda.
A chiuderlo e ad avvelenarlo interviene un terzo fattore. La tecnica. La potenza tecnica promette spesso di spezzare questo circolo rendendo tutto più rapido, prevedibile e gestibile. Eppure gli stessi strumenti che ampliano le nostre possibilità possono accrescere i rischi quando manca la capacità collettiva di porre loro un limite. Una custodia autentica non coincide con il trattenere tutto sotto controllo: sa anche rinunciare a una possibilità quando il suo esercizio compromette le condizioni della vita comune.

C’è anche una terza Medea, forse la più dolente, perché l’astensione non è solo disaffezione o sfiducia: è anche un disagio mentale. La precarietà e l’accelerazione consumano il tempo necessario a pensare e a partecipare. Di fronte a problemi sempre più complessi, alcune persone possono smettere di attendersi un cambiamento e ritirarsi, senza per questo aderire a un’altra visione della società. Non si tratta di trasformare ogni astensione in una diagnosi del disagio. Occorre, però, prendere sul serio le condizioni materiali e interiori che rendono difficile perfino immaginare un’azione politica condivisa. E, in questo spazio vuoto, possono trovare ascolto anche promesse di identità immediata, che offrono un’appartenenza senza affrontare la complessità di ciò che dovrebbe tenerci insieme. Il populismo, in questa luce, non è l’errore da deplorare ma il sintomo da capire: una domanda disperata di un’identità, fosse pure falsa, che restituisca un suolo a chi si sente affondare nella complessità.
Tutto ci riconduce, infine, alla conoscenza, in un senso più esigente di quello della semplice informazione. Non l’informazione mancante, che il cittadino potrebbe accogliere e non accoglie; non il libro non letto, che pure resterebbe un dato da possedere. Chiamerei “sapienza del limite” la capacità di riconoscere che la vita comune non può essere posseduta, governata senza residui o consegnata alla potenza illimitata della tecnica: è il sapere dell’irreparabile, che non è un contenuto da apprendere, ma un modo di tenersi nell’esposizione. Non è un sapere riservato a pochi, né una verità che il filosofo porti ai cittadini incapaci di vederla. Essa si forma nel confronto fra esperienze e giudizi diversi; ha bisogno di tempo, di educazione, di luoghi pubblici e di istituzioni che rendano possibile tradurla in scelte. È “impossibile” soltanto se la si pretende definitiva e interamente posseduta. Resta, invece, una pratica possibile, fragile e condivisa.

Non possiamo attendere che una catastrofe ci insegni ciò che oggi rifiutiamo di vedere. L’irreparabile non rivela, accade. Proprio per questo la sapienza del limite va esercitata prima, nel presente, senza aspettare una rivelazione che sollevi dalla responsabilità di decidere.
La politica, intesa in questo senso come katechon, un katechon in sé tragico, trattiene la possibilità della dissoluzione senza permettere di cancellare il conflitto o estirpare l’astensione. Il suo compito è mantenere aperta la soglia della partecipazione; vegliare e custodire quella soglia al di sotto della quale l’astensione – da gesto comprensibile e reversibile – precipiterebbe nell’Irreparabile vero e proprio: il congedo civile che non si riprende più. Tale custodia richiede forme precise: istituzioni capaci di ascoltare e decidere, limiti pubblici ai poteri che attraversano i territori, luoghi in cui il dissenso possa diventare parola e iniziativa. Richiede anche di immaginare forme politiche nuove quando quelle esistenti non riescono più a sostenere il legame.

L’astensione di oggi è un messaggio; l’astensione definitiva sarebbe un lutto senza seppellimento. L’astensione, da sola, non ci dice quale sia la strada. Però rendere visibile quanto sia fragile ciò che consente a una città (o a una nazione) di riconoscersi come mondo comune. La filosofia dell’irreparabile non offre una riparazione finale e non chiede di rassegnarsi alla solitudine. Ricorda che il legame va custodito proprio perché non è garantito: Nessuno può abolire la distanza fra gli esseri umani, e nessuno può abitare da solo lo spazio che essa apre. Vegliare su quello spazio significa costruire, insieme, le forme in cui sia ancora possibile agire, tenendo desto il limite perché l’astensione non diventi definitivo abbandono di ogni legame.

[testo di Attilio Meliadò]