18 Ottobre 2026
Sun

Alberto Casadei, La macchina infinita, Samuele Editore 2026, pag. 98

La macchina infinita di Alberto Casadei colpisce forte e lascia tracce profonde, ma sa anche consolare, “forse è perché nel vivere / è insita una spinta euforica, / bene cercando, e le lotte diuturne / conducono al trionfo / del kalokagathòs”. Perché ci sono “le nuvole pierfrancescane / quel cielo questa luce blanda / nell’azzurro delicato” a evocare la bellezza, che è un “dono felice” che dobbiamo salvare per non diventare disumani: “il minimo presente che bisogna amare / per redimerlo, perché non sia / inumano”.

Casadei ripercorre il mondo con “un’indagine radicale sull’esistenza e rende quanto mai porosi i confini tra filosofia, cosmologia, biologia e vita quotidiana.” L’indagine parte da lontano, dai graffiti nelle grotte, dall’energia del tutto, dal respiro della pietra –“Guarda l’uomo, è come lo disegno io”- dai misteri dei moai, dalle rovine di antiche città e dal trapasso di civiltà, fino alla barbarie di oggi, al numero infinito di vittime delle guerre attuali: “Sai quanti / soldati e civili sono morti?”, non / è detto che sia utile, il vivere, / non è concesso il ritirarsi / quando la storia è iniziata, / e l’azione è diventata / tutto”. E arriva alla follia dei potenti: “ancorché sia evidente l’escalation / e trema il mondo, ahi, non poco poco, anzi assai”.

Le immagini hanno la forza di un grido: “vedere corpi ridotti / a mummie immediate, carbonio / incombustibile, dopo il lancio, / la fiamma nera, / perché nel vedere il ridursi degli esseri / detti viventi a meno di cenere […] corpi fusi, carni / appiattite dentro / fianchi smangiati dentro / teste liquefatte, resti senza svolte / senza respiro”.

Si riconosce che la Storia non è stata maestra, che la memoria è cancellata e l’uomo è rimasto uguale a se stesso nella volontà di dominio e nella sete di potere: “Cosa si vede, adesso? delle città che furono, / dei regni transeunti, degli innumerabili atti / inconsapevoli naturali travolti / in un ordine più vasto ma ignoto, / innecessario”. Si distrusse Ur come oggi si distruggono intere città, perché “non c’è pietà nel vivere”. Anche le rovine antiche perdono lo stupore e la meraviglia, ormai non hanno niente di sublime, perché sono uguali alle rovine di oggi che vediamo di continuo, che hanno l’odore e il colore del sangue. Ormai si sa che “non c’è una città dei giusti, ma solo questa giungla”.  Può esserci addirittura il nulla: “il pulsante rosso viene alla fine premuto, pochi istanti, pochi attimi, adesso nulla”. Purtroppo “ogni potere umano ha condotto alla distruzione. / Ogni perdita di potere ha condotto alla distruzione. / Ogni ideologia umana ha condotto alla distruzione. / Stiamo conducendo alla distruzione”. La pace appare una menzogna se lascia dietro pianto e desolazione ovunque, “sapendo che non c’è una città dei giusti, ma solo questa giungla”.

Ma non possiamo sottrarci al continuo divenire, perché “diventare è un impeto / o / un dovere o un cancro senza / diagnosi […] noi possediamo nei nostri geni, / nelle nostre cellule, un’eredità che risale / alle origini della vita”. I cicli si ripetono, nel continuo disfarsi e rinascere le grandi civiltà decadono, scompaiono, affidando le testimonianze alla Storia.

In questo ciclo di morte e vita, nell’energia che tutto trascina, nel tempo in cui tutto si compie, tempo indifferente come la Natura di Leopardi, con la “materia che cambia incessantemente stato”, il corpo umano è fissato anche nel suo sudiciume  e nel cascame di pelle e di ossa: “membra vecchie da cui in un momento remoto / è scaturita la tua morula vitale, / e invece sono adesso mero cascame, macchie / cheratinose, pezzi di gengive”. Per questa ragione assume un valore incommensurabile l’istante, l’oggi, il presente, l’unione tattile con la materia, il toccare ciò che è vivo, l’incontro dei corpi per la procreazione, “nella prosecuzione dei geni / che diventa la certezza di / un altro sembiante, / e un grumo di cellule / e fuoriesce alla luce”. Assume grande valore la delicatezza di un gesto: “ho teso però la mano, / sfiorando i suoi teneri/ capelli”.

C’è una apertura alla speranza in quanto ogni istante è una enorme “ridisposizione; c’è il dono del piacere nell’atto – dovere del riprodursi all’interno del continuo movimento del tutto: “il toccarsi-tatto-calore / e credo che il tuo sorriso azzurro / i tuoi capelli di cenere / tramanderanno sé / noi / ad infinitum”. Questo è concesso all’uomo. Ma a lui resta anche la poesia per dimostrare che si continua a esistere, poesia come tana e rifugio per sopravvivere nel presente che ci è concesso, perché non si disperda la bellezza, che ha bisogno solo di sé. I versi come unica sintesi tra il passato e il presente, come traccia di una esistenza.

E dopo? In una totale fusione di uomo, piante, animali, con l’elemento acqueo che ci ha unito da sempre come origine della vita, “sarai un’ondina blu / che esce da un verme mentre muore. Tu sei stato tutto questo, / enne volte lo risarai, e puoi anche dirtelo, samsara o nirvana, / tanto non conta, tanto i miti prima dei miti, venerabili e santi, / saranno sempre incompleti, inetti a spiegare la tua caduca biologia”.

Sentirsi dentro questo moto continuo delle sfere insieme a tutti gli altri elementi naturali delimita sì i confini della vita terrena, ma porta a una accettazione, direi a una fondamentale serenità, quasi un abbandono al destino.

Marisa Cecchetti

Marisa Cecchetti vive a Lucca. Insegnante di Lettere, ha collaborato a varie riviste e testate culturali. Tra le sue ultime pubblicazioni i racconti Maschile femminile plurale (Giovane Holden 2012), il romanzo Il fossato (Giovane Holden 2014), la silloge Come di solo andata (Il Foglio 2013). Ha tradotto poesie di Barolong Seboni pubblicate da LietoColle (2010): Nell’aria inquieta del Kalahari.