Alberto Casadei, La macchina infinita, Samuele Editore 2026, pag. 98
La macchina infinita di Alberto Casadei colpisce forte e lascia tracce profonde, ma sa anche consolare, “forse è perché nel vivere / è insita una spinta euforica, / bene cercando, e le lotte diuturne / conducono al trionfo / del kalokagathòs”. Perché ci sono “le nuvole pierfrancescane / quel cielo questa luce blanda / nell’azzurro delicato” a evocare la bellezza, che è un “dono felice” che dobbiamo salvare per non diventare disumani: “il minimo presente che bisogna amare / per redimerlo, perché non sia / inumano”.
Casadei ripercorre il mondo con “un’indagine radicale sull’esistenza e rende quanto mai porosi i confini tra filosofia, cosmologia, biologia e vita quotidiana.” L’indagine parte da lontano, dai graffiti nelle grotte, dall’energia del tutto, dal respiro della pietra –“Guarda l’uomo, è come lo disegno io”- dai misteri dei moai, dalle rovine di antiche città e dal trapasso di civiltà, fino alla barbarie di oggi, al numero infinito di vittime delle guerre attuali: “Sai quanti / soldati e civili sono morti?”, non / è detto che sia utile, il vivere, / non è concesso il ritirarsi / quando la storia è iniziata, / e l’azione è diventata / tutto”. E arriva alla follia dei potenti: “ancorché sia evidente l’escalation / e trema il mondo, ahi, non poco poco, anzi assai”.
Le immagini hanno la forza di un grido: “vedere corpi ridotti / a mummie immediate, carbonio / incombustibile, dopo il lancio, / la fiamma nera, / perché nel vedere il ridursi degli esseri / detti viventi a meno di cenere […] corpi fusi, carni / appiattite dentro / fianchi smangiati dentro / teste liquefatte, resti senza svolte / senza respiro”.
Si riconosce che la Storia non è stata maestra, che la memoria è cancellata e l’uomo è rimasto uguale a se stesso nella volontà di dominio e nella sete di potere: “Cosa si vede, adesso? delle città che furono, / dei regni transeunti, degli innumerabili atti / inconsapevoli naturali travolti / in un ordine più vasto ma ignoto, / innecessario”. Si distrusse Ur come oggi si distruggono intere città, perché “non c’è pietà nel vivere”. Anche le rovine antiche perdono lo stupore e la meraviglia, ormai non hanno niente di sublime, perché sono uguali alle rovine di oggi che vediamo di continuo, che hanno l’odore e il colore del sangue. Ormai si sa che “non c’è una città dei giusti, ma solo questa giungla”. Può esserci addirittura il nulla: “il pulsante rosso viene alla fine premuto, pochi istanti, pochi attimi, adesso nulla”. Purtroppo “ogni potere umano ha condotto alla distruzione. / Ogni perdita di potere ha condotto alla distruzione. / Ogni ideologia umana ha condotto alla distruzione. / Stiamo conducendo alla distruzione”. La pace appare una menzogna se lascia dietro pianto e desolazione ovunque, “sapendo che non c’è una città dei giusti, ma solo questa giungla”.
Ma non possiamo sottrarci al continuo divenire, perché “diventare è un impeto / o / un dovere o un cancro senza / diagnosi […] noi possediamo nei nostri geni, / nelle nostre cellule, un’eredità che risale / alle origini della vita”. I cicli si ripetono, nel continuo disfarsi e rinascere le grandi civiltà decadono, scompaiono, affidando le testimonianze alla Storia.
In questo ciclo di morte e vita, nell’energia che tutto trascina, nel tempo in cui tutto si compie, tempo indifferente come la Natura di Leopardi, con la “materia che cambia incessantemente stato”, il corpo umano è fissato anche nel suo sudiciume e nel cascame di pelle e di ossa: “membra vecchie da cui in un momento remoto / è scaturita la tua morula vitale, / e invece sono adesso mero cascame, macchie / cheratinose, pezzi di gengive”. Per questa ragione assume un valore incommensurabile l’istante, l’oggi, il presente, l’unione tattile con la materia, il toccare ciò che è vivo, l’incontro dei corpi per la procreazione, “nella prosecuzione dei geni / che diventa la certezza di / un altro sembiante, / e un grumo di cellule / e fuoriesce alla luce”. Assume grande valore la delicatezza di un gesto: “ho teso però la mano, / sfiorando i suoi teneri/ capelli”.
C’è una apertura alla speranza in quanto ogni istante è una enorme “ridisposizione; c’è il dono del piacere nell’atto – dovere del riprodursi all’interno del continuo movimento del tutto: “il toccarsi-tatto-calore / e credo che il tuo sorriso azzurro / i tuoi capelli di cenere / tramanderanno sé / noi / ad infinitum”. Questo è concesso all’uomo. Ma a lui resta anche la poesia per dimostrare che si continua a esistere, poesia come tana e rifugio per sopravvivere nel presente che ci è concesso, perché non si disperda la bellezza, che ha bisogno solo di sé. I versi come unica sintesi tra il passato e il presente, come traccia di una esistenza.
E dopo? In una totale fusione di uomo, piante, animali, con l’elemento acqueo che ci ha unito da sempre come origine della vita, “sarai un’ondina blu / che esce da un verme mentre muore. Tu sei stato tutto questo, / enne volte lo risarai, e puoi anche dirtelo, samsara o nirvana, / tanto non conta, tanto i miti prima dei miti, venerabili e santi, / saranno sempre incompleti, inetti a spiegare la tua caduca biologia”.
Sentirsi dentro questo moto continuo delle sfere insieme a tutti gli altri elementi naturali delimita sì i confini della vita terrena, ma porta a una accettazione, direi a una fondamentale serenità, quasi un abbandono al destino.
